La felicità nel ventre materno.

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Dipinto di Margarita Sikorskaia (Russia)Siamo molto felici di pubblicare un significativo articolo a cura del dott. Gino Soldera, psicologo prenatale e presidente dell’ANPEP (Associazione Nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale) e della dott.ssa Federica Carrer psicologa dell’ANPEP, apparso sulla rivista “Il Giornale Italiano di Psicologia e di educazione Prenatale” n. 21, luglio/dicembre 2011, dal titolo:

LE COMPETENZE DEL NASCITURO NELL’EDUCAZIONE PRENATALE

Aut. Gino Soldera  e Federica Carrer

Abstract

Con la nascita in Francia della Educazione Prenatale, è stata affermata l’assoluta importanza della vita prenatale: in tale periodo si realizza la prima vera prevenzione e promozione della persona umana. Le diverse ricerche hanno dimostrato come il nascituro interagisca attivamente con l’ambiente circostante, costituito in primis dalla madre, ma anche dal padre e dal gemello nell’utero. In questo articolo si riportano alcuni interessanti risultati che dimostrano come le competenze del nascituro si strutturino e si esprimano molto precocemente, sia a livello cognitivo, che sociale, emotivo e sensoriale. Alla fine vengono presentati degli appositi programmi di educazione prenatale che si sono dimostrati capaci di aiutare i genitori a realizzare una adeguata stimolazione con il nascituro e costruire con lui una prima vera relazione.

 

 

 

Nelle antiche civiltà del Giappone e della Cina era consuetudine far coincidere la nascita con il momento del concepimento: questo perché i 9 mesi della gestazione erano considerati veri e propri momenti di vita, capaci di lasciare un segno nella storia individuale (Schaffer, 2005).

Il concetto moderno di Psicologia ed Educazione Prenatale è nato in Francia all’inizio degli anni ‘80, con l’obiettivo di raccogliere tutte le esperienze significative sviluppate in questo campo, per selezionarle e farle conoscere, aiutando i genitori a prendere coscienza delle loro possibilità e opportunità, trovando il canale più adatto per manifestare concretamente il loro amore al figlio. Oggi si sono imposte all’attenzione internazionale come delle vere e proprie discipline caratterizzate da una visione multidisciplinare della prenatalità, capaci di mettere insieme approcci scientifici differenti, dall’epigenetica alle neuroscienze: alla luce dei dati emersi dalla ricerca quindi, si può affermare che il periodo della gestazione è senza ombra di dubbio il più importante nella vita di una persona. Nel grembo materno infatti avviene la prima opera di prevenzione e promozione della salute nell’essere umano: le esperienze che il nascituro vive in questa fase rimarranno impresse e nascoste nell’inconscio per tutta la vita. Indipendentemente dal fatto che i genitori siano informati o disinformati, consapevoli o inconsapevoli, è durante i 9 mesi della gestazione che viene realizzata la prima vera educazione del bambino: questo periodo, come è determinante per lo sviluppo fisico dell’organismo, lo è anche per la formazione della personalità.

E’ inoltre accertato che il nascituro, fin dai primi momenti di vita, ha la capacità di interagire in termini metabolici e biochimici con la propria madre (Mancuso e al., 2002), dimostra di avere un ruolo attivo e competente ed è dotato di una sua libertà decisionale (Mercurio, 1995). Attraverso l’apparato neurosensoriale, egli è in grado di ricevere uno stimolo esterno, selezionarlo, focalizzarsi su di esso, elaborarne il contenuto e fornire una risposta precisa e creativa, evidenziando così anche delle capacità neuropsichiche (Righetti, 2001). Ogni essere umano possiede, fin dal concepimento, un bagaglio genetico ed ereditario unico, originale e irripetibile, che lo diversifica da tutti gli altri. Durante il periodo prenatale, il feto sviluppa la sua struttura biopsichica, comunemente conosciuta come temperamento, che durante l’infanzia evolverà nel carattere e durante l’adolescenza nella personalità (Soldera, Mussato, 2009). I processi fisici, biochimici, endocrinologici, immunologici e psicologici, rappresentano quindi un insieme che non può essere diviso. A questo scopo è indispensabile utilizzare le potenzialità latenti presenti in ogni essere umano, puntando sull’Educazione Prenatale, vista come “un investimento che dura una vita” (Soldera G. e Beghi A., 2005). Uno studio del prof. Ottaviano, ha infatti messo evidenza come lo stress prenatale possa incidere nello sviluppo dei disturbi neurocomportamentali del bambino, ma anche, di contro, come sia possibile sostenere il nascituro nel corso del processo di organizzazione cerebrale, attraverso l’effetto protettivo dei PEP (Programmi Educativi Prenatali) (Ottaviano e al., 2003).

Le osservazioni ecografiche del comportamento fetale hanno dimostrato che il nascituro manifesta fin dalle prime settimane dei comportamenti individuali. Sono questi elementi che evidenziano nel nascituro la presenza di un’intelligenza di fondo (Gardner, 1987)(Chamberlain, 2007): egli è infatti capace di orientarsi nell’ambiente uterino e riconoscerlo nelle sue diverse parti (Van Dongen & Goudie, 1980) (intelligenza spaziale), sa stare in equilibrio fin dalla 7,5 S.d.G., gioca e danza (intelligenza fisico-chinestesica) (Liley, 1972), vive delle sensazioni di piacere ed esprime emozioni positive accompagnate dal sorriso (Roffwarg, Muzio e Dement, 1966), ma anche sofferenza e dolore (intelligenza intrapersonale), comunica con i fratelli gemelli (Piontelli, 1992) (intelligenza interpersonale), il suo pianto a 28 S.d.G. somiglia a quello della madre (Truby, 1975) (intelligenza linguistica), si calma con Vivaldi e Mozart, scalcia e si muove intensamente con Beethoven, Brahms, ed il rock. (Clements, 1977) (intelligenza musicale), è in grado di giocare, talvolta anche con precisione, come nel caso del calcetto (Van De Carr, Leher, 1996) (intelligenza logico-matematica). Ed ecco altri interessanti dati: la preferenza per l’uso della mano destra o sinistra inizia durante le prime 15 SdG. (Hepper, 1991), per rimanere stabile anche in seguito. Il nascituro, già a 5 mesi di gestazione ha disegnati sulle mani i solchi delle sue impronte digitali, che certificano la sua identità. Sia in utero sia fuori dall’utero i gemelli spesso mostrano un profilo motorio indipendente e nel tempo continuano a differenziare la loro motricità (Gallagher e al., 1992). Inoltre, a partire da 11 SdG, si cercano, si toccano, si studiano, in modo estremamente delicato e via via che crescono e si sviluppano i movimenti diventano sempre più diretti al fratellino (o sorellina), piuttosto che a sé stessi. Ma c’è di più: la ricerca ha dimostrato che il contatto è frutto di una precisa pianificazione motoria (Castiello et al, 2010). Differentemente dalla situazione sperimentata nelle gravidanze monofiliari, in cui l’embrione vive in solitudine il periodo all’interno dell’utero materno, nel caso dei gemelli la ricerca ha potuto concentrarsi sulla presenza dell’azione sociale precedentemente alla nascita, confermando che i movimenti verso il feto gemello sono pianificati e intenzionali. Il feto non ha soltanto movimenti riflessi, di semplice reazione a uno stimolo: i movimenti verso la parete dell’utero o verso se stessi sono diversi da quelli rivolti all’altro feto, dunque c’è una capacità di controllo, una capacità di indirizzare il movimento verso un obiettivo (Castiello et al, 2010). A partire dalla 22 SdG, il nascituro dimostra un profilo motorio e dinamico con le caratteristiche dell’intenzionalità: si evidenziano infatti una fase di accelerazione e una di decelerazione, che hanno una loro armonia e si differenziano a seconda del bersaglio. Quando avvicina la mano agli occhi, lo fa con molta più cautela rispetto alla guancia o ad altre superfici meno delicate e questo potrebbe indicare una sorta di consapevolezza per quanto riguarda la sensibilità sensoriale del proprio corpo (Zoia et al, 2007).

Il rapporto attivo che il figlio ha con i genitori costituisce una sorta di dialogo creativo, dove la proposta dell’uno corrisponde alla risposta dell’altro, che dà avvio ad un processo creativo in continua crescita ed espansione (Milani Comparetti, 1992). Questo dialogo però ha la possibilità di realizzarsi nella sua interezza solo se il genitore riconosce la presenza del figlio, poichè l’idea del nascituro condiziona il tipo di relazione e il comportamento che il genitore ha verso di lui.

L’ambiente del bambino non è solo quello fisico, ma anche quello psichico e umano, costituito dal corpo, dalle emozioni, dai pensieri e dall’amore vissuto dai genitori. Proprio per questo è importante riservare una particolare attenzione alla coppia, che costituisce il nido per il figlio, in cui egli vive i primi legami alimentati dall’amore, dall’affetto e dalle emozioni dei genitori, importanti per una sua crescita equilibrata e armoniosa. Va ricordato che di solito il bambino vive fin dal concepimento all’interno della struttura triadica, composta da padre-madre-bambino, in cui la relazione madre/bambino è solo una parte di questo sistema più ampio (Soldera, 2005).

Esistono vari metodi e programmi di educazione prenatale, come “Le coccole dei nove mesi” (Verny, Weintraub, 1966) o il metodo “Educare Prima” (Soldera, Beghi, 2005), dove attraverso una serie di incontri vengono proposte delle attività che coinvolgono il padre, la madre e il figlio e che bene si integrano con altre esperienze, come con i corsi di PPO o di Educazione alla Nascita. L’applicazione di tali metodi ha permesso di conseguire risultati molto interessanti e importanti (Manrique et al, 1998; Panthuraamphorn, 1993; Lafuente et al, 1997). Tutto questo ci aiuta a capire quanto è importante approfondire, studiare e conoscere quanto avviene durante la vita prenatale, come proposto dalle raccomandazioni di Vienna (AA.VV., 2002), affinchè la cultura che riguarda il prenatale diventi patrimonio della società, motivo di riflessione da parte delle istituzioni, dei servizi, degli operatori e occasione di pratica e di esperienza dei genitori.

In sintesi: “se i genitori fossero informati su quanto oggi si sa sulla Psicologia e sull’Educazione Prenatale, cambierebbero sicuramente il loro modo di essere genitori e se il loro modo di essere genitori cambiasse, cambierebbe il mondo” (Chamberlain, 2007).

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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