Oltre la teoria del gender.

Postato il Aggiornato il

di Gino Soldera

Psicologo psicoterapeuta – Presidente dell’ANPEP

Direttore responsabile della rivista “Il Giornale Italiano di Psicologia e di Educazione Prenatale”

http://www.sedeanpep.it; www.anpep.it; Email: ginosoldera@gmail.com

 

La teoria del gender nasce dalle ideologie rivendicative e dal femminismo degli anni ’50: è in questo ambito si è cominciato a utilizzare la parola “genere” staccata dalla sessualità.

Nella teoria del gender il sesso (sex) viene inteso come corredo genetico, biologico e anatomico separato e distaccato dal genere (gender), considerato una realtà variabile e propria di ogni individuo, non ancorato all’essere “maschio” o “femmina”.

Con il tempo questa teoria si è configurata come un movimento di liberazione contro i pregiudizi esistenti nei confronti degli omosessuali, tran-sessuali e altri, attraverso la lotta alla trans-fobia e all’omofobia. Molti paesi hanno cercato di rendere compatibile la loro legislazione con queste richieste.

Gli attuali obiettivi della teoria di genere riguardano, come riferisce O’ Leary (2013), oltre alla separazione del genere, come ruolo socialmente costruito, dal sesso biologico:

  • l’ampliamento dei diritti umani per includere i diritti sessuali e riproduttivi;
  • l’eliminazione del disturbo dell’identità di genere dall’elenco dei disturbi psicologici;
  • l’introduzione nelle leggi antidiscriminazione e la tutela dell’orientamento sessuale e dell’identità e la manifestazione di genere;
  • l’accesso alla chirurgia per il “cambiamento di sesso”.

Nell’affrontare questa questione non va dimenticato che la coppia omosessuale, sia essa composta da due uomini o da due donne, è una coppia infertile, incapace di procreare da sola e di mettere al mondo dei figli. Per questo in realtà la teoria di genere usa la lotta al pregiudizio come cavallo di Troia per ottenere la ridefinizione del matrimonio in vista della equiparazione delle unioni omosessuali, la possibilità di adozione per le coppie dello stesso sesso e il superamento della figura del padre e della madre, ridotti al semplice rango di genitori 1° e 2°.

Si vuol far credere che l’appartenere al genere maschile o femminile non abbia alcun fondamento nella realtà pratica della vita. L’insieme di queste iniziative mette invece drammaticamente in discussione il ruolo e la funzione della famiglia, fondata sul rapporto, complementarietà e reciprocità tra l’uomo e la donna e la generazione naturale dei figli, sulla quale si regge la nostra società e civiltà, e tutto questo senza che vengano avanzate delle proposte credibili e costruttive.

Ciò che è contestabile di questa teoria è che una visione ideologica della società portata avanti da alcune lobby non può deformare la realtà di quello che siamo, per cui diventa necessario riprendere e ribadire alcune fondamentali verità.

La prima di queste è che l’uomo è da sempre, e lo rimarrà fino a che morte non lo separi, un essere unitario composto dall’insieme mente-corpo, dove la mente non può essere separata dal corpo e il corpo non può essere separato dalla mente. Ne consegue che il genere, quale realtà psichica e mentale, al di là di tutte le contorsioni intellettuali possibili, non può essere disgiunto dal sesso e dalla corporeità. Nell’ambito di tutte le scienze umanistiche vige infatti il principio universalmente riconosciuto, secondo cui l’essere umano è formato fin dalla sua origine dalla continua interazione tra l’eredità ricevuta dai genitori e l’ambiente di vita, come dimostra la moderna epigenetica che studia tali rapporti e le conseguenze di questi sul piano biochimico e molecolare. Si potrebbe poi andare oltre, affermando che l’individualità presente in ogni persona, che scaturisce da questa interazione (come ci indicano gli studi sulla vita pre- e post-natale), è da mettere in relazione con la coscienza primaria, una realtà interiore ancora poco conosciuta, ma esistente dentro ognuno di noi e che ogni madre sensibile comincia ad avvertire nel proprio figlio durante la gestazione, come presenza che va oltre la sua corporeità.

Questa coscienza primaria di natura psichica è in grado di trascendere ogni condizionamento derivante dall’ambiente esterno e di entrare a diretto contatto con il proprio archetipo di appartenenza (maschile o femminile), il quale funge da modello di riferimento e da struttura organizzativa della nostra identità di genere. Si potrebbe quasi dire che gli archetipi maschile e femminile rappresentano sul piano psichico ciò che i cromosomi XX e XY rappresentano sul piano organico.

Possiamo affermare, quindi, che l’identità di genere, accanto alla matrice biologica, ha anche una matrice, meno evidente e più nascosta, di natura psichica, la quale prende forma e consistenza nel corso dello sviluppo (sempre che non subisca delle indebite interferenze esterne). Per questo è importante che il bambino venga preservato fin da piccolo da possibili deviazioni dalla sua natura fisica e psichica, cosa che purtroppo non sta accadendo oggi dove, in nome della libertà e della democrazia, si sta inconsapevolmente mettendo in discussione l’integrità morale delle nuove generazioni.

Da ciò possiamo dedurre che l’identità di genere nell’essere umano ha due ancoraggi, uno interiore, di natura psichica, ed uno esteriore di natura fisica; la loro coincidenza fa si che l’individuo geneticamente e psichicamente maschio, sia senza equivoci di sesso maschile e appartenga al genere maschile mentre, l’individuo geneticamente e psichicamente femmina, sia senza equivoci di sesso femminile e appartenga al genere femminile. Purtroppo questa coincidenza per vari motivi viene meno nelle persone ad orientamento omosessuale, bisessuale, transessuale, ecc. rispetto a coloro che vivono in modo integro la propria identità di genere.

Questa consapevolezza articolata del significato e valore dell’identità di genere, ci offre un’importante chiave di lettura per comprendere quanto avvenuto in America ad opera del dott. John Money, psicologo e sessuologo, nel tentativo di dimostrare la validità della teoria del “gender”.

La storia riguarda la vita di Bruce Reimer, fratello gemello omozigote di Brian, qui descritta da Roberto Marchesini (2006). “A Bruce, durante un intervento chirurgico da neonato, venne accidentalmente bruciato il pene.  I genitori lo portarono allora dal dottor John Money, pioniere del cambio di sesso, che usò il caso dei due gemelli come un esperimento e trasformò Bruce in Brenda, ordinando ai genitori di educarla come una bambina. Tuttavia Brenda, che nulla sapeva della sua nascita, crebbe con atteggiamenti prettamente maschili e venne rifiutata dai maschi ma anche dalle femmine sue coetanee, creando grossi problemi in lei. A nulla valse girare nudi per casa, frequentare le spiagge per nudisti, andare a vivere in un camper isolati fra le montagne, come consigliò loro il dottor Money. Il luminare bombardò Brenda di terapie ormonali e filmini pornografici, ma essa continuava a rifiutare tutto e i genitori la videro più volte fare la pipì in piedi, ad esempio. Dopo che i gemelli, sotto consiglio di Money, vennero adottati da un transessuale (per convincerli che era tutto normale), Brenda minacciò il suicidio e rifiutò completamente la sua identità. La famiglia, ormai distrutta, rivelò la verità a Brenda, la quale si amputò il seno e si volle chiamare David Reimer, tentando inutilmente di ricostruirsi una vita sposando una donna. Dopo aver tentato di assassinare il dottor Money, il 5 maggio 2004 si suicidò. Money ha concluso la sua vita diventando il portabandiera dei pedofili, avendo tentato di giustificare scientificamente la normalità dell’attrazione verso i bambini.

Che la mancata coincidenza di queste due matrici abbia un ruolo determinante nella costruzione della identità di genere lo si deduce dalla percentuale di suicidio presente tra i transgender che, secondo Heyer (2013), rasenta il 30%.

Non c’è dubbio: chi nasce maschio o femmina è progettato geneticamente e psichicamente a diventare uomo o donna, anche se il grado di consapevolezza può variare da persona a persona. Proprio per questo non è difficile prevedere che la diffusione della teoria del gender, oggi proposta su vasta scala dalle agenzie internazionali e nazionali, non avrà un grande futuro e molto probabilmente ci si renderà conto dei suoi limiti solo dopo aver constatato i danni prodotti.  Lo psichiatra francese Tony Anatrella (2012) afferma infatti: “Ora non si vedono ancora le conseguenze della negazione della differenza sessuale, ma tra una ventina d’anni sarà chiaro: se si va avanti così assisteremo a crisi identitarie gravi, al diffondersi di problemi mentali.” La questione della teoria del non si pone tanto nei confronti dei bambini sani e dotati di una forte personalità, sufficiente a orientare la loro crescita, quanto nei confronti di quelli più deboli che, in presenza una formazione ambigua, come quella proposta, in questi giorni nei suoi libretti dall’UNAR (della serie “Educare alla diversità nella scuola”), poi ritirati dalla circolazione, rischiano di produrre una sorta di anestesia interiore o di disorientamento identitario.

Il vero problema dell’essere umano non risiede, come si crede, nel rapporto che egli costruisce con l’altro, quanto nella relazione che realizza fin dall’inizio con se stesso, in quanto questa costituisce la premessa, il punto di partenza del rapporto che andrà a realizzare con l’altro. Questa relazione dipende dall’immagine di sé che si riceve fin dal concepimento da parte del mondo esterno ed, in particolare, dai propri genitori. Se questa immagine è in contrasto con la propria realtà personale, il bambino metterà in moto una serie di atteggiamenti di difesa e di chiusura verso l’esterno. La motivazione di ciò risiede nel fatto che ogni essere umano, quando viene al mondo, ha bisogno di sentirsi accettato e amato per quello che è e di essere messo nella condizione di ritrovare se stesso e di conseguenza anche la sua identità sessuale, per realizzare il proprio progetto di vita che rappresenta il motivo della sua esistenza in questo mondo.

Se volgiamo il nostro sguardo oltre la teoria del genere osserviamo che sono altre le questioni aperte non ancora risolte. La prima di queste riguarda la condizione dell’infanzia; per questo è opportuno porci alcune domande: Perché la teoria del gender prende di mira la vulnerabilità del mondo dell’infanzia? Perche i bambini devono sempre subire le conseguenze delle scelte degli adulti e non essere invece posti in primo piano, in modo da poter ricevere tutte le attenzioni che meritano e di cui hanno bisogno? Perché non si comincia a rispettare e valorizzare i bambini per quello che sono e per ciò che rappresentano, così che possano essere messi nella condizione di sviluppare le loro enormi potenzialità?

Quello che si rileva è che esistono ancora dei forti pregiudizi nei confronti dei bambini, e, nonostante questi dimostrino ogni giorno di più le loro competenze e capacità, continuano a non essere considerati per quello che sono e ad essere trattati come dei ”minori” e fatti spesso, come ci fa notare la cronaca, oggetto di scherno e di violenza da parte degli adulti.

Ciò conferma la presenza di una asimmetria relazionale che vede garantiti i “diritti” degli adulti, a scapito della tutela dei bambini.

All’interno del mondo degli adulti esiste un’altra questione o asimmetria irrisolta e questa riguarda, al di là degli aspetti formali e di facciata, il rapporto uomo/donna nella quale la donna, rispetto all’uomo, continua ad avere una posizione di marginalità e ad essere fatta oggetto di pregiudizio, di uso strumentale e anche di frequenti atti di barbara violenza, che spesso degenerano nel femminicidio. Questa asimmetria ostacola la possibilità di una piena interazione e reciprocità tra l’uomo e la donna e rende difficile, e spesso precaria e superficiale, la loro relazione. Non si è ancora compreso appieno che il futuro della società dipende dalla donna, in quanto è lei, e non altri, che porta il figlio in grembo per nove mesi e che mette a disposizione del concepito i materiali psichici e fisici necessari alla formazione e al suo sviluppo fisico e psichico.

E da ultimo, andando oltre la teoria del gender, non possiamo dimenticare la questione della famiglia. Oggi noi assistiamo a un forte disinteresse nei confronti della famiglia a favore degli interessi personali e individuali, per cui viene da chiederci: di fronte alle tante questioni aperte che attendono una soluzione, quale dovrebbe essere il ruolo e la funzione della famiglia perché essa possa dare il meglio e non il peggio di sé? Quale rapporto dovrebbe avere con le altre istituzioni sociali, per non essere emarginata o caricata di inutili pesi e fardelli? Quale posto dovrebbe occupare la famiglia nella costruzione della società di domani? Quale dovrebbe essere il ruolo del padre e della madre nella cura, nell’educazione e nella formazione dei figli? E come questi potrebbero essere aiutati nel loro difficile compito?

La famiglia non può continuare ad essere dimenticata, trascurata o peggio sfruttata, come sta accadendo oggi, perché questo alla lunga, come ritiene David Chamberlain (1999), non può che avere degli effetti pericolosi per l’intera società, in quanto: “Il fallimento della paternità e della maternità nella loro precisa funzione sono come una falla nella diga della civiltà’.”

 

Bibliografia

Anatrella T. (2012) La teoria gender e l’origine dell’omosessualità. Ed. San Paolo,Milano.

Chamberlain D. (1999) Early and Very Early Parenting: New Territories. In Journal of Prenatal and Perinatal Psychology and Health, 14 (1-2).

Marchesini R.(2006) Storia del bimbo che qualcuno volle bimba. http://www.mediatrice.net.

O’ Leary D. (2013) Alle origini dell’Agenda Gender. Una testimonianza dalle Conferenze internazionali ONU del Cairo e di Pechino. Relazione tenuta a Brescia il 15 aprile 2013, in occasione del Convegno “Dalla differenza alla in-differenza sessuale. Gli equivoci del Gender“. promosso dall’Ufficio per la famiglia e Ufficio per la salute della Diocesi di Brescia.

 

Altri riferimenti:

http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/udienza-papa-famiglia-matrimonio.aspx

http://www.avvenire.it/Dossier/La%20questione%20gender/Pagine/default.aspx

 

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