Il gender tra scienza e verità.

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Affrontare questo tema è scontrarsi con un’area politicamente ideologizzata e pericolosa.

Eppure non possiamo tirarci indietro e almeno qualche riflessione la possiamo, e la dobbiamo, fare.

La prima, banale, è che una teoria, anche se insensata, esiste per il semplice fatto di essere stata formulata, e a prescindere da chi l’ha pensata.

In effetti esiste un corpus teorico che descrive la differenza maschio femmina come divisibile tra genere (culturalmente e socialmente sviluppato) e sessualità (biologica), nato dalle filosofe femministe (es. Judith Butler) e, a mio avviso, è una posizione legittima (potete chiamarla ipotesi nata dagli studi di genere se non vi piace il nome dei media, ma la sostanza non cambia) e con un certo valore euristico. E fin qui nulla di strano in psicologia: la discussione tra natura e cultura c’è sempre stata. Ritengo che negare l’esistenza dell’ipotesi gender sia un atto di intolleranza verso la discussione scientifica.

Il problema però sorge quando una teoria che non è suffragata sufficientemente da studi comprovati dal mondo scientifico è fatta passare come un dato di fatto sul quale si imposta un scelta culturale, politica, legislativa ed educativa. Cioè si trasforma una legittima ipotesi teorica in una ideologia dogmatica, eludendo fatti di realtà e chiudendo gli occhi su possibili conseguenze pericolose, appunto diviene “ideologia gender“.

Questa scelta non è ammissibile e può portare a conseguenze serie e pericolose.

Una possibile conseguenza è che la differenza psicologica tra maschio e femmina sia negata, per cui si considera possibile assumere, per lo meno psicologicamente, un ruolo qualsiasi tra quelli legati alla differenza sessuale: una donna può fare il padre e un uomo la madre. Ovviamente questa inversione di ruolo non può che essere una fantasia: non è vero biologicamente (nessun uomo può allattare, né partorire un bambino) ma neppure psicologicamente: sono troppe le differenze fisiche, e anche mentali, tra maschio e femmina. Ma il pensare di poterlo fare porta a fare la prova e a credere che lo si sta facendo davvero, lascio a voi pensare alla conseguenze.

E se io che sono uomo credo di sentirmi donna (per esempio sono un trans)  non vedo perchè non possa cambiare sesso anche biologicamente…. ma, e se la teoria è falsa? finirò in una sofferenza peggiore di quella da cui cerco di scappare cambiandomi gli organi genitali, perchè comunque resterò uomo anche se “credo” di sentirmi donna (in effetti io, uomo, non posso sapere realmente come si sente una donna, posso solo credere di sentirmi una donna).

E, ancora, se il genere è legato alla educazione è ovvio che basta cambiare lo stile educativo, cambiare le parole, per potersi trasformare a piacimento nel genere che si vuole. Ma se io cambio lo stile e questa teoria è falsa, finisco con creare un  conflitto con la vera identità e rischio che gli educati non sappiano più chi sono veramente, e certo in questo caso la sofferenza psichica è dietro l’angolo e questo stile educativo diviene un’atto di violenta in quanto negazione della identità.

Così ritengo che scrivere genitore 1 e gentiore 2 nella documentazione è negare l’identità, i ruoli, le relazioni; è un atto violento nei confronti dei genitori, non un gesto di accoglienza verso non so chi.

L’ipotesi cattolica è che l’identità sessuale è definita a priori e la si può scoprire, accettare ma non cambiare.

In ogni caso qualche presa di posizione importante c’è stata, per esempio: http://www.famiglienumerose.org/psicologi-contro-il-gender/

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