Neutralità e psicoterapia: un discorso aperto.

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Testa meccanica Raoul HausmannDi Malerba Daniele

La riflessione sulla neutralità in psicoterapia non può essere mai definitivamente data. L’idea che esista una neutralità in psicoterapia è uno dei miti romantici che esistono nel mondo della psicologia.

A ben vedere il termine “neutralità”  è piuttosto confusivo, perchè presuppone una “asetticità” che è opposta alla identità che è proprio ciò su cui si agisce. E neutro per cosa? per le sue scelte etiche? voi andreste da un medico “neutro” eticamente? cioè che consideri guarire un malato o non guarirlo la stessa cosa? ovviamente preferireste andare da un medico che consideri la guarigione la sua priorità.

Dunque non esiste una reale neutralità in psicoterapia, lo psicoterapeuta non è neutro dal punto di vista tecnico, etico, teorico, antropologico e personale.

Alla luce di esperienze condotte da illustri analisti quali Greenberg, Hoffman ed altri, la neutralità per l’analista è impossibile, in quanto la sua soggettività è motore stesso dell’analisi. Ponendo tuttavia per assurdo la realizzabilità di questo ideale tecnico, sarebbe essa davvero utile? In altre parole, l’unico modo per l’analista di essere nella neutralità sarebbe quello di essere inattivo[1].

Per estensione alla altre forme di psicoterpia si può affermare che lo  psicoterapeuta, psicologo o psichiatra che sia, non è mai neutrale, in quanto persona che non può fare a meno di esprimere, consciamente o inconsciamente, la propria individualità. E talvolta questa sua soggettività ha una specifica funzione terapeutica, è motore della terapia. Non è neutrale perchè comunque la lettura di ciò che succede e le azioni che lui svolge nascono da una sua valutazione soggettiva, ancorchè informata da una specifica tecnica che ha anch’essa un suo implicito antropologico.

E tanto meno può essere neutrale nella definizione degli obiettivi terapeutici, cioè su ciò che è malattia e su ciò che serve alla guarigione del malato o no, o sul concetto stesso di guarigione.

Anche ammesso (e non concesso) esista un elemento di neutralità, optare per questa posizione è comunque una scelta etica e tecnica ben precisa, e perciò per nulla neutrale.

Con il termine neutralità si intende in genere “il rispetto per la autonomia e l’individualità del paziente accogliendone scelta, preferenze e opzioni” … “evitando di usare il suo potere per influenzare scelte sentimentali, sociali e lavorative”[2].

Ma è anche ovvio che una psicoterapia ben fatta non può non avere un qualche effetto, diretto o indiretto, anche su tali scelte, e poi siamo sempre tenuti ad accettare in toto le “scelte, preferenze e opzioni” del paziente quando queste possono danneggiarlo, danneggiare noi o altri? O se queste sono basate su pensieri deliranti, patologici o irrazionali?

Per fare un esempio estremo ho saputo che in Olanda è nata una associazione di pedofili (“il partito dell’amore fraterno”) che ha ricevuto il permesso di funzionare dalla magistratura Olandese[3], e un partito che apre alla pedofilia (“Nvd”, abbreviazione in olandese di Carità, Libertà e Diversità)[4], se mi arrivasse un paziente che considera sana la pedofilia e mi chiede di curarlo per sostenerlo nella battaglia “etica” per l’accettazione della pedofilia, o per permettergli di accettare lo stress del rifiuto sociale dovuto alla sua scelta, veramente dovrei accettare questa posizione? non è il caso che io gli proponga una riflessione sulla sua scelta etica? certo non accetterei di curarlo per permettergli di fare quello che vuole.

Porre valori etici al centro dell’azione terapeutica è essenziale, valori etici come la decisione di fare una cosa utile, del bene, al proprio utente, di non nuocere, di evitare che il proprio paziente faccia del male ad altri.

Quando il bene del paziente, e della società, è contrario all’ideale etico che il paziente vuole che sia rispettato, o quando quel valore etico è legato alla sua stessa patologia, io sono tenuto ad assecondarlo?

Per esempio se il paziente si vuole suicidare perché depresso, e giustifica razionalmente, filosoficamente ed eticamente il suo desiderio di suicidio, è corretto che il terapeuta assecondi questa posizione anche se giustificata dal punto del vista del paziente in modo etico?

Credo che l’unica neutralità accettabile e necessaria sia il giudizio di valore sulla persona, cioè non fare dipendere il valore della persona dagli atti che compie o dalle sue scelte etiche, ma a ben vedere anche questa non è una scelta neutrale, ma una precisa scelta etica.

Il rischio della neutralità è di introdurre l’indistinto in cui tutto vada bene e debba essere accettata qualsiasi cosa il paziente decida, se dice che lo fa stare bene. Ma non sempre quello che il paziente definisce il proprio bene lo è realmente.

Ancora più complessa deve essere la riflessione per uno psicoterapeuta cattolico, in cui elementi psicologici si incrociano con dimensioni spirituali e ciò che è terreno si sviluppa nel pensiero di una evoluzione e dimensione ultraterrena.

Per neutralità può intendersi la capacità di fare da specchio psicologico al paziente lasciando che una volta che lui abbia preso adeguata coscienza di sè faccia le sue scelte, ma questa è una operazione tecnica non neutrale in assoluto, poichè lo specchio psichico se lascia alla proiezione in se non corregge il paziente, è la restituzione alla soggettività del terapeuta, che permette di fare capire ciò che è del terapeuta e ciò che è del paziente che permette la scelta, ma è anche un atto di accoglienza da parte del terapeuta che diviene modello per operare nel mondo, e dunque è azione terapeutica e performativa, affatto neutrale, che indica in se una strada etica basata su una acquisita capacità empatica.

 

[1] Campagnano Chiara http://www.studiocampagnano.it/formazione/scritti/i-pericoli-della-neutralita/ “Riflessioni da “Psicoterapia e scienze umane” di Owen Renik Franco Angeli – anno XXXV n° 1 del 2001”, http://www.studiocampagnano.it/formazione/scritti/i-pericoli-della-neutralita/

[2] Marini S., Giusti E. “Iatrogena in psicoterapia, imperizie e negligenze quando la cura è il problema.”pg. 65

[3] http://www.corriere.it/esteri/13_aprile_03/olanda-associazione-martijn-pedofilia-corte-appello-non-va-vietata_5254b122-9c69-11e2-aac9-bc82fb60f3c7.shtml

[4] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/05_Maggio/31/viano.shtml

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