Problemi di etica cattolica in psicoterapia.

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Benedetto Luti, Morte di san Giuseppe (inizio del XVIII secolo), olio su tela. San Giuseppe è considerato il patrono della buona morte (preso da Cathopedia)
Benedetto Luti, Morte di san Giuseppe (inizio del XVIII secolo), olio su tela. San Giuseppe è considerato il patrono della buona morte (preso da Cathopedia)

Vi sono occasioni in cui è obbligatorio, per uno psicoterapeuta cattolico, proporre anche un percorso spirituale o almeno l’accesso ai sacramenti ad un paziente?

Salvo il fatto che, ovviamente, proporre un percorso spirituale è sempre cosa lecita, che sta al paziente accettare il suggerimento oppure rifiutarlo, e che non è comunque lo psicoterapeuta che deve occuparsi del percorso spirituale, dato che sono due percorsi diversi (anche se paralleli), ci sono occasioni in cui questa proposta è un atto obbligatorio o particolarmente pregnante per il terapeuta cattolico?

Credo che questo dipenda da quanto si ha veramente fede nel credo cattolico. Avere un credo cattolico mette in gioco una dimensione diversa nel rapporto interpersonale tra psicoterapeuta e paziente, cioè l’esistenza dell’anima, e dei novissimi (cioè delle cose ultime dell’uomo: morte, giudizio, inferno, paradiso e purgatorio) e l’esistenza di una vita spirituale nelle persone.

Obiettivo primario per un cattolico è la salvezza dell’anima, prima ancora di quella fisica o di quella psicologica, quindi proporre un percorso spirituale o l’accesso ai sacramenti diviene obbligatorio in due occasioni:

  • quando l’anima della persona è in pericolo di morte eterna;
  • quando si ha ragione di credere che i problemi psicologici e/o psichiatrici hanno una radice in ordine allo spirito oltre, o in alternativa, che alla psiche.

A mio avviso vi sono situazioni nelle quali è omissione di un atto di carità cristiana non fare queste proposte, per esempio quando una persona è in procinto di morire o è molto anziana, in particolare se ha lasciato il proprio percorso spirituale, o anche e soprattutto, quando non è cristiano o non si professa tale. Qualcuno dei lettori storcera il naso e dirà: “non puoi aprofittare di una situazione di debolezza per proporre il tuo credo”, ma credetemi, nessuno accetta una proposta se proprio non vuole e nessuno può obbligarlo realmente ad accettarla, ma non può veramente rifiutarla od accettarla se non gliela si propone, beato lui se la accetterà, avrà in cambio una eredità eterna che nessuno potrà togliere, e quella debolezza diverrà la sua più grande fortuna. Ma se io non faccio la proposta Dio forse me ne chiederà ragione.  Io so che esiste la condanna eterna e se io strapperò un anima a tale condanna avrò una gratitudine eterna, poco sono interessato alla politically correct delle persone che non sono interessate veramente a quella persona, ma sono più preoccupate delle loro idee.

Una proposta del genere non è consolatoria e non ha l’obiettivo di togliere i vissuti depressivi e i sensi di colpa, quindi potrebbe essere psicologicamente controintuitiva, addirittura portare ad un peggioramento sintomatologico, ma in realtà in una prospettiva escatologica è la proposta di una vera cura.

Altre situazioni che a mio avviso rendono obbligatoria, o quanto meno molto utile, la proposta di un cammino spirituale contestuale al percorso psicoterapico sono:

  • nel caso di un matrimonio cattolico in crisi (un matrimonio cattolico è un atto mistico, e la sua crisi non può che essere anche spirituale, curare la psiche senza curare l’anima destina al fallimento);
  • quando si curano persone che hanno una depressione legata all’aborto (volontario o naturale), perché comporta forti sensi di colpa e una chiara rottura in ordine allo spirito;
  • e ovviamente quando una persona ha avuto situazioni legati ad atti di ordine demoniaco.

Va considerato in questa riflessione che non possiamo pensare di essere prima psicoterapeuti e dopo cattolici. L’ordine giusto è che prima siamo cattolici e poi psicoterapeuti, psicologi o psichiatri.

Dott. D. Malerba

 

3 pensieri riguardo “Problemi di etica cattolica in psicoterapia.

    Paola Berto ha detto:
    15 giugno 2016 alle 16:03

    Buongiorno Daniele, grazie per la tua interessante riflessione. Se la persona è già in cammino di fede, il problema è più facile a risolversi, a mio avviso: in questo caso ho sempre invitato a parlare con un sacerdote di fiducia, le persone in consulenza. L ‘ho fatto anche con chi non viveva un cammino di fede, ma era battezzato, magari per vari motivi si trovava ad essere non praticante. In generale, di fronte le questioni che hai posto, domando alla persona se è credente; se lo è, se si è sposata in Chiesa, ad esempio, invito a riflettere sulla possibilità di farsi aiutare anche da un sacerdote, visto che all’origine dell’atto coniugale la coppia aveva posto qualcosa al di sopra di sé; lo stesso se la donna o la coppia che ha abortito, o ha intenzione di farlo, si dichiara credente, rimando ad un sacerdote, sottolineando che non ho ruolo in quella sede per esprimermi riguardo un cammino di fede.
    Più difficile diviene la questione quando la persona si dichiara non credente.
    Comunque ciò che poni alla nostra attenzione è molto importante, interroga anche la mia coscienza. Prova ad organizzare un Convegno, magari allo IUSVE.

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    Stefano Parenti ha detto:
    20 giugno 2016 alle 10:38

    Caro Daniele
    Ti ringrazio molto per il tuo scritto perché centra un aspetto che, secondo me, nel mondo dei cattolici impegnati in psicologia è quasi sempre ignorato: siamo prima cattolici e poi psicologi. E’ davvero un’ottima sintesi la tua. Certo, bisogna vedere quanto sia esperienzialmente vera: davvero la nostra vita è stata cambiata dall’incontro con Cristo? Davvero riponiamo molta più fiducia in Lui che in una riformulazione cognitiva, in un farmaco, in un’analisi o in qualsiasi altro sforzo umano? Credo che il problema di molti colleghi sia proprio questo: una fede debole, poco vissuta, spesso fuorviata da false filosofie (e quante ce ne sono nel mondo della psicoterapia! Basti pensare ai vari concetti di inconscio – “l’inconscio può tutto” – di autopoiesi – “le cose si fanno da sé” – di multiverso – “non esiste una realtà pre-data, ma costruiamo noi mille realtà scollegate l’un l’altra eppure tutte esistenti”, ecc.). La ricaduta all’asserzione che prima siamo cattolici e poi psicologi (un po’ come gli apostoli, che prima erano amici di Gesù e poi pescatori, artigiani, esattori, ecc.) è il vivere il sacerdozio universale – cosi si esprime il prof. Ignacio Andereggen seguendo il Magistero: ciò che compete ad ogni fedele e che si esprime nell’annuncio del fatto di Cristo. Io credo che suggerire e guidare (ai sacramenti, ad un prete, ecc.) vadano bene, anzi, come dirò dopo, sono fondamentali per uno psicologo cattolico. Ma la prima cosa, ciò che crea più scandalo, è il testimoniare la propria fede. Raccontare all’altro il di più, la convenienza, il centuplo vissuto dopo l’incontro con Cristo. Solo così sarà possibile aiutare il bisognoso ad avere più chiara la sua domanda di felicità (senso religioso) e la necessità di una risposta. Da tempo mettiamo a tema questo aspetto con degli amici, con cui ci si trova una volta al mese per raccontarci come intervenire in tal senso nel setting della terapia. Non mancano le difficoltà, perché a qualcuno sembra che così venga meno il setting, ad altri il nostro ruolo, ad altri ancora il futuro della terapia. Ma a me pare evidente che – osservando la mia esperienza – l’incontro con Cristo sia avvenuto grazie a delle persone che non si sono limitate ad inviarmi altrove, che non hanno obiettato: “io sono avvocato, segretaria, studente, fruttivendolo ecc. e quindi non sono tenuto a dirti di me”, ma che al contrario mi hanno raccontato la loro esperienza di fede, di bellezza, e quindi sono diventati un’attrattiva per me.

    Passo brevemente al secondo punto. C’è una frase su cui discordo: “non è comunque lo psicoterapeuta che deve occuparsi del percorso spirituale, dato che sono due percorsi diversi (anche se paralleli)”. Ma che cos’è lo spirito? E di cosa si occupa lo psicologo? Sdoppiare le strade apre un pericoloso dualismo, lo stesso per cui oggi si dice che Dio, se c’è, è nei cieli e non ci riguarda oppure che se uno possiede una fede essa è un credo intimista soggettivo, che deve tenersi in casa sua, non oggettivo e condivisibile pubblicamente.
    Sommariamente io penso questo: il percorso è uno solo. La malattia psichica è un rifiuto della realtà. Il nevrotico è l’esatto opposto del santo, diceva Rudolf Allers. Dunque prendersi cura del paziente significa aiutarlo alla via della santità.
    La strada implica tre aspetti: 1. rimuovere gli automatismi che fanno sì che il paziente rifiuti la realtà (esercitare la libertà); 2. allenare le virtù per operare le scelte giuste (esercitare la responsabilità); 3. cercare ed aderire alla risposta di felicità più corrispondente (esercitare la conversione). Per compiere questi tre passi è indispensabile possedere una motivazione, cioè una forza attrattiva che sola può essere generata dalla scoperta del fatto cristiano nella propria vita. L’ideale dell’Io verso cui il paziente desidera muoversi. Io credo che tra i vari ideali che una persona possa scegliere – liberamente, diciamolo, e senza esercitare alcuna influenza manipolativa da parte del terapeuta – è senza alcun dubbio nostro compito proporre l’ideale di Cristo e l’ideale della vita cristiana: tramite una testimonianza personale e indirizzando ad altri verso cui noi stessi siamo attratti, cioè una comunità, i santi in mezzo a noi, le autorità di cui nutriamo stima, ecc. Del resto i primi cristiani erano chiamati i viventi perché suscitavano fascino ai pagani loro intorno. Se ci prendiamo a cuore chi ci sta davanti, proprio come ci prendiamo a cuore i nostri figli, gli amici, ecc., non vorremmo proporre loro il meglio, ciò che – secondo noi – è la felicità e potrebbe togliere ogni paura, ogni resistenza, ogni infirmitas? Non possiamo esimerci dal testimoniare questo e proporlo, a mio avviso, se vogliamo essere pienamente cristiani (1° punto) e veramente psicoterapeuti (2° punto).

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      maledani ha risposto:
      13 luglio 2016 alle 18:04

      Condivido pienamente su tutto. Dicendo che non dobbiamo occuparsi del percorso spirituale sono entrato in un problema su cui va fatta una riflessione importante. Forse in effetti sarebbe più utile dire che non posso non occuparmi del percorso anche spirituale. Solo che lo psicologo non ha i mezzi spirituali adatti che sono quelli sacramentali ai quali deve rinviare (messa, confessione, comunione, ecc…). Dunque si pone un problema di confine, spesso molti psicologi si considerano atei o agnostici e usano mezzi che assomigliano a quelli spirituali, con ovvi rischi da questo punto di vista. UN discorso importante è anche quanto posso essere guida spirituale, e/o evangelizzatore, oltre che psicoterapeuta e dove sta i lconfine.

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