Psicoterapeuti e demonio.

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“Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.” (Lc. 16,10).

 

Articolo di Malerba Daniele.

Riflettere sul rapporto tra psicologia e cattolicesimo non è una oziosa opzione intellettuale, un inutile sforzo accademico da topi di biblioteca, ma una necessità per i cattolici, una necessità che deriva dal bisogno di curare le persone nel miglior modo possibile e di salvare le anime.

Molte sono le riflessioni che devono essere fatte. Tra queste una indispensabile è quella che riguarda il rapporto tra il mondo spirituale negativo e gli interventi di psichiatria e psicoterapia; non solo in funzione della necessità di distinguere i sintomi legati ad attività malefiche e demoniache dai sintomi psicopatologici o psichiatrici, ma anche per evitare che aspetti di una spiritualità non cattolica o anticattolica inquinino il setting di lavoro.

Gli psicoterapeuti cattolici in merito devono dunque porsi degli interrogativi:

  1. quali armi abbiamo per difenderci dal demonio?
  2. come discernere sulla legittimità delle tecniche psicoterapiche?
  3. quale è il percorso di valutazione diagnostica che ci permetterebbe di individuare sintomi demoniaci?

La risposta a queste domande è una evidente necessità pratica che richiede risposte pragmatiche e concrete, non una oziosa riflessione.

Se la risposta alla prima domanda è che le armi a difesa dal demonio sono prettamente (ma non solamente) di ordine spirituale, le ultimi due domande richiedono una maggiore approfondimento tecnico – scientifico.

Da quello che ho letto finora, che però non è molto, queste domande sono state poste soprattutto dagli esorcisti, mentre non ho ancora trovato lavori di psichiatri o psicoterapeuti che affrontino il tema.

Prendo perciò spunto dai libri presenti nella nostra bibliografia (vedi paragrafo sul “Demonio, esoterismo e dintorni”) per proporre una riflessione su almeno una delle domande poste, e precisamente sul discernimento della legittimità d’uso delle tecniche proposte nell’intervento psicoterapico, non con l’intento di sostituirmi ai miei colleghi ai quali spetta la legittima responsabilità sulla scelta della  tecnica da loro usata, ma piuttosto con l’idea di sottolineare l’importanza di non lasciare questo problema senza riflessione, cosa che sarebbe, questo si, poco responsabile.

Devo qui richiamare il Catechismo della Chiesa Cattolica che al punto 2117 recita:

Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all’intervento dei demoni. Anche portare gli amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali non legittima né l’invocazione di potenze cattive, né lo sfruttamento della credulità altrui.(sottolineatura mia).

Nell’ansia di aiutare i pazienti e di trovare risposta ad ogni costo capita a volte di imbattersi in proposte metodologiche che abbiano un rilievo esoterico o una filosofia anticattolica, molto spesso travestite da innoque procedure, sia di matrice tradizionale che di matrice orientaleggiante o new age.

È dunque d’obbligo riflettere su questi elementi attraverso un processo di valutazione delle tecniche che si vogliono impiegare nel proprio lavoro e, credo, questo può essere utilmente fatto attraverso la valutazione di alcuni elementi della tecnica proposta:

  1. le sue radici teoriche, antropologiche, religiose e filosofiche; in particolare ci si deve chiedere se queste hanno degli inneschi gli aspetti di ordine esoterico o filosofico, antropologico o religioso, incompatibili con il cattolicesimo;
  2. la sua scientificità epistemologica;
  3. i risultati dell’uso di questa tecnica, in particolare raccogliendo le testimonianze degli esorcisti e di coloro che fanno preghiere di guarigione e liberazione;
  4. l’esprimersi di un allontanamento di chi usa queste metodologie, o di chi ne usufruisce, dal magistero cattolico, allontanamento che talvolta arriva alla disubbidienza esplicita alla Chiesa o all’attacco esplicito al cattolicesimo;
  5. le ricadute sul piano relazionale dell’uso di queste tecniche;
  6. la concordanza degli indici.

La valutazione non va dunque fatta solamente sulla base dei risultati immediati (che spesso risultano effimeri nel lungo tempo), dello sviluppo di fenomeni abreativi, del sollievo immediato dei sintomi o su apparenti miglioramenti affettivi, ma su una osservazione più complessa e approfondita che includa anche l’elemento etico-morale e spirituale, infatti: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10, 28).

Va tenuto conto che anche questa, come ogni valutazione, così come insegna l’esperienza di ogni processo diagnostico (cioè ogni processo di valutazione di una situazione che implica la ricerca di elementi di causa – effetto), non sempre è certa ma confina talvolta tra diverse posizioni e può essere confusa. Tuttavia questo non ci esime dalla responsabilità di una ricerca approfondita e responsabile, e neppure di una sottovalutazione colpevole della sua importanza e di un atteggiamento prudenziale in questo campo.

 

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