Figli di madri ferite.

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« Ma se non agisci bene,

il peccato è accovacciato alla tua porta;

verso di te è il suo istinto, ma tu dóminalo».

Gen. 1,7

Di Daniele Malerba

Siamo tutti figli di madri ferite. Siamo tutti feriti, malconci. E alla nostra ferita cerchiamo una soluzione, … tutti. È la nostra ricerca di tutta la vita. Può esser fatta nell’edonismo, nella scienza, nella filosofia, nella religione, nell’arte. E chissà in quali altri campi del sapere e del godere.

I cattolici pensano che la ferita sia legata al peccato originale e che la guarigione sia racchiusa nel mistero della morte e resurrezione di Cristo.

E tuttavia sembra che questa soluzione sia poco apprezzata, poco capita, e in definitiva considerata fallimentare.

La sintesi di questo fallimento apparente la esprime bene Nietzsche:

“Ho detto in qual modo Socrate affascina: egli sembrava un medico, un salvatore. È necessario mostrare ancora l’orrore che era nella sua credenza nella «ragione ad ogni costo?» – È un volersi ingannare da parte dei filosofi e dei moralisti immaginarsi di uscire dalla decadenza facendole guerra. Sfuggirle é fuori del loro potere: ciò che essi scelgono come rimedio, come mezzo di salvezza, non é che un’altra espressione della decadenza – essi non fanno che cambiare l’espressione, ma non la sopprimono affatto. Il caso di Socrate fu un malinteso; tutta la morale di perfezionamento, compresa la morale cristiana, fu un malinteso… La più viva luce, la ragione ad ogni costo, la vita chiara, fredda, prudente, cosciente, sprovvista d’istinti, in lotta contro gli istinti non fu essa stessa che una malattia, una nuova malattia – e niente affatto un ritorno alla «virtù», alla «salute», alla felicità… Essere forzato di lottare contro gli istinti  é quella la formula della decadenza: fintanto che la vita è ascendente, felicità ed istinto sono identici.”[1]

Anche Socrate cercava la guarigione, in qualche modo, di una distonia esistenziale tra quello che era la felicità cercata e l’infelicità trovata. E Nietzsche sembra volere spiegare la ricetta socratica: “fare guerra alla decadenza” attraverso il suo epicureo opposto al dionisiaco. Ma,  sostiene Nietzsche, questa ricetta, continuata dai cristiani, è fallimentare, anzi è la continuazione della patologia, un “altro nome della decadenza”.

Dunque lo sforzo morale non rende, forse rende più lasciarlo e seguire la crescita cercata dal puro istintuale, dalla spinta alta della passione; e abbandonare l’idea dell’esistenza di un  trascendente, a favore di una morale basata sul trascinamento verso aperture nuove, fuori dalla oppressione cristiano-ecclesiastica, che propone un ideale impossibile da raggiungere, ma rifiutando anche una realizzazione amorale tecnico-scientifica. Si cerca dunque una nuova luce, non per definizione immorale, ma alla ricerca di orizzonti più alti.

Non so se il nostro filosofo abbia trovato alla fine la sua risposta, certo la sua salute mentale non trovò giovamento da tanta ricerca.

E neppure emerge una definizione di salute alla quale gli psicologi possano attingere con sicurezza.

Certo è, però, che la domanda di Nietzsche è pertinente: il Cristianesimo dà una risposta? Una risposta che guarisce? Che rende felice?

Il Cristianesimo cui Nietzsche fa riferimento aveva un taglio protestante, fondato sullo sforzo etico-morale. Ma Egli non considerava la vita spirituale come elemento possibile, era un ateo, geniale ma razionalista, che non considerava possibile, e per questo rifiutava, la relazione con Dio.

I cattolici considerano lo sforzo morale indispensabile ma non esaustivo alla salvezza, non è elemento unitario di salvezza, e non può essere salvifico se non fondato sull’intervento di Dio che può essere presente solo in uno spazio di relazione spirituale, presente e reale (come lo è in effetti nell’Eucarestia). Ovvio che valutare il cattolicesimo omettendo l’aspetto relazionale spirituale è come volere far correre un uomo con una gamba sola.

La morale è in effetti segno della relazione con Dio, oltre che sforzo personale dell’uomo, ed entrambi gli elementi devono essere presenti, ma se Dio può salvare l’uomo dalla sua immoralità, la moralità da sola non salva l’uomo da se stesso.

Così se uno sposa il Dionisiaco ne è travolto, lo coglie bene sempre Nietzsche:

«Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te»[2].

Ma anche se uno sposa l’epicureo ne è travolto, e a me sembra che alla fine Nietzsche non sia stato capace di andare oltre a questo, né in senso di un equilibrio, né in senso di un superamento, della opposizione istinto (Dioniso) – ragione (Epicuro), ma che anche Lui sia stato, infine, travolto da questo sforzo immane, dallo sforzo di raggiungere la fantasia di un superuomo impossibile.

E dunque dove sarà la risposta? Non voglio dare al lettore una risposta, la ricerca deve essere personale, ma certo un suggerimento: non scotomizzare la relazione con Dio in questa ricerca, non cancellare una dimensione spirituale, perché qualsiasi risposta non può che andare oltre la morte: deve essere trascendente, ma non moralisticamente e filosoficamente trascendente, piuttosto spiritualmente trascendente.

 

[1]Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa con il martello”, trad. it. di F. Masini. Adelphi, Milano 1983, pg. 38. (Come riportato nel saggio introduttivo di  “Nietzsche. La nascita della tragedia. Il viandante e la sua ombra. La gaia scienza.” Ed. RBA, 2017, pg. XLIII).

[2] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. it. di F. Masini. Adelphi, Milano, 1977 pg. 146.

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