Apologia degli psicoterapeuti cattolici.

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Di Daniele Malerba

La vita è un percorso assai breve, dà solo il tempo di fare le cose più importanti e, come ho già avuto occasione di scrivere, non credo ci sia nulla di più importante che salvare la propria anima e, magari l’anima di qualcun altro. Non credo che sia la tecnica psicologica a salvare le anime, ma piuttosto la preghiera; tuttavia è importante per lo psicoterapeuta cattolico porsi il problema di come entri il proprio credo nel suo specifico lavoro, e come questo possa e debba essere incluso nella sua formazione come elemento che guida il suo agire professionale. Così come è importante riflettere sul fatto che deve essere mantenuta una certa vita spirituale.

Nella psicologia nulla è neutro, ad eccezione della stretta tecnica tutto il resto dipende dal pensiero che si ha sulla antropologia e sulla morale.

La tecnica è costituita da una serie di operazioni finalizzate ad ottenere un certo risultato sulla realtà. I motori a benzina sono elementi tecnici, cosi come la farmacopea, la chirurgia, l’esistenza dell’atomica, il fuoco. Un elemento tecnico è usabile in molte direzioni, morali o amorali. E non vi è nessuna azione dell’uomo che possa essere ascritta ad un elemento neutrale. Se tu usi un camion per uccidere le persone investendole non è il camion che è amorale, è l’uomo che lo guida.

Se la psicologia è usata per avallare un comportamento che rende infelici allora non è morale, così è se quella psicologia à usata per il male, ad esempio per condizionare le persone a fare del male o assecondarle in un comportamento che fa il male, a se o agli altri.

Però qui si pone il problema di cosa sia un comportamento che faccia bene o male. Il suicidio è un bene o un male? Dipende dal punto di vista da cui si parte, in certi ambienti si pensa che alcune condizioni di vita rendano il suicidio (o l’omicidio) una strada “misericordiosa”, per un cattolico invece è sempre un male, come è sempre un male un aborto, un gesto di violenza, un comportamento sessuale che abusa degli altri o mette a rischio se stesso o gli altri, l’adulterio, e così via.

Ma perché la Chiesa ha insegnato che una certa cosa è un male? È un male perché alla fine porta le persone a stare male. E qui sta il punto: è proprio vero che un comportamento immorale fa stare male?

Certamente questo è vero da un punto di vista spirituale (chi siamo noi per giudicare la spiritualità dei mistici e della chiesa cattolica?), se loro dicono che è un male lo è senz’altro almeno da un punto di vista spirituale, ma lo è anche dal punto di vista psicologico? La definizione di male e bene è qui più complessa, e si intreccia in vario modo con quella di sanità e malattia. Tuttavia è lecito per uno psicologo cattolico non considerare il malessere spirituale delle persone? E il comportamento etico non è uno di quegli aspetti simbolici e fenomenologici che debbono essere considerati nella valutazione della felicità e della sanità delle persone? Le persone possono essere felici senza essere etiche?

Definire un concetto di sanità e malattia senza considerazioni etiche e spirituali, appiattendosi su un livello di sanità come semplice funzionalità operativa, o assenza di sintomi o come semplice percezione (legata spesso a resistenze a riconoscere il proprio malessere), mi sembra sia un modo totalmente insufficiente e non etico di affrontare il tema degli obiettivi terapeutici.

Ma non è solo questo il problema.

L’apologia è lo studio della argomentazione a difesa della propria fede, e a difesa di una vera fede non vi è che la verità. Aiutare a raggiungere la verità è morale, anche se capire cosa sia la verità non è cosa semplice. Ora può essere morale o corretto un terapeuta che tanto fa per aiutare le persone e poi perde la loro anima? Non do una risposta, e non considero questa una domanda retorica, la considero semplicemente una domanda che va posta.

Non è comunque solo sul piano della terapia individuale che il problema va affrontato, in effetti in terapia è il paziente che fa la ricerca, noi non curiamo nessuno semplicemente siamo catalizzatori del percorso personale di ciascuno.

Il problema però deve essere posto soprattutto sul piano della cultura sociale, credo che gli psicoterapeuti abbiano una responsabilità culturale, che richiede un prendersi cura anche della società, alla quale devono pensare di poter dare una risposta. E a questo livello non esiste cura se non affiancata all’apologetica, come proposta alla società di coltivare valori morali e obiettivi sociali sani, veramente sani, che portino ad una reale felicità delle persone. E non credo sia così lecito sottrarsi a tale responsabilità.

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