Essere cattolici, oggi.

Postato il

di Gilberto Gobbi

Incontro tenuto a  Verona il 27 ottobre 2017 su “LA FEDE IN DIO E’ GIOIA”, con la partecipazione di Silvana de Mari.

Premessa

L’argomento, così come è stato proposto, esula di norma dalle mie  trattazioni. Per anni su questi argomenti ho preferito riflettere e agire più che parlare.

Di fronte, però,  alla bellezza e alla gioia del cristianesimo, alla gioia di essere cristiano-cattolico, ritengo non solo possibile, ma necessario   esprimere ciò che penso. Con ciò mi comprometto, come spesso ho fatto nella mia lunga vita professionale sia nell’insegnamento sia come psicologo/psicoterapeuta.

Vi dirò probabilmente tante cose “ovvie”, scontate, in particolare per chi da anni cerca di vivere la propria fede cattolica con impegno, in tutti gli ambiti della sua vita quotidiana.

Ebbene, da anni sono convinto che occorre ritornare a proporre l’ovvio, l’evidente, a parlare del dato di realtà, a riportare le persone a ragionare con la propria testa, a ricordarci che l’uomo è un essere razionale, non tecnologico, ma razionale e affettivo, e come tale è intenzionale, cioè opera secondo obiettivi, mete da raggiungere, ed è un essere  simbolico e come tale capace di scoprire significati e dare significato e senso alla vita propria, cioè  dare  risposte congrue agli interrogativi della vita. Noi siamo abituati a interrogare la vita, e facciamo fatica a renderci conto che invece è la vita a interrogarci: a noi spetta dare risposte.

Questa breve relazione  sarà in parte anche un abbozzo interpretativo  della realtà storica, fuori e dentro la Chiesa, e   in parte testimonianza di una vita spesa tra famiglia, professione e volontariato.

 

La gioia della fede

L’argomento è la gioia, non una gioia qualunque, ma quella gioia dovuta e conseguente alla fede in Dio.

Vediamo come nel linguaggio comune, la gioia è associata ad un’emozione, ad uno stato d’animo passeggero. Tuttavia se approfondiamo e andiamo alla sua lontana etimologia sanscrita constatiamo che il suo significato originario ha un contenuto profondo e misterioso, che rinvia al termine di yuj,  tradotto come “unione dell’anima individuale con lo spirito universale”. Ha in sé il senso della sacralità della gioia, che si è perso nel tempo, il legame del terreno con il celeste, dell’uomo con il divino e degli uomini tra loro.

Così, ripristinato il suo senso originario, percepiamo  come la gioia investa indirettamente tutti gli aspetti della vita e ci riporti al concetto di “gioia di vivere” come sentimento edificante, avvertito da tutta la coscienza, in quanto coinvolge le dimensioni dell’essere. Da una semplice emozione, essa si trasforma quindi in sentimento, in stato; diventa una manifestazione  dell’unione dell’anima individuale con una dimensione superiore. In questo modo la gioia invade tutto l’essere e connette “l’alto” e “il basso”, lo spazio interno e quello esterno, il soggetto e l’oggetto, l’individuo e gli altri.

 

Per inciso, ritengo necessaria una distinzione semantica tra gioia e felicità (concetti spesso confusi nella loro sinonimia). La parola felicità,  come viene intesa oggi, è per lo più associata al concetto di benessere e, più spesso ancora, ad uno stato di benessere materiale. L’emozione della gioia, invece, è connessa a qualcosa di profondo e trasforma immediatamente il modo di comportarsi di una persona, che è visibile nel cambiamento dell’espressione facciale, che è tra le manifestazioni più facili da decodificare e da riprodurre, come segno della gioia. La gioia inoltre si manifesta attraverso il sorriso e il riso.

Qui, però, stiamo parlando della gioia dovuta alla fede in  Dio. Va sempre ricordato che la fede è discendente (va da Dio all’uomo) e come tale è un dono,  mentre la  religione è ascendente (dall’uomo a Dio), in quanto vi è una predisposizione alla trascendenza, all’apertura a Dio, cioè alla religiosità.

Noi sappiamo che per il cattolico la fede in Dio è una relazione personale con una Persona, il Cristo: è l’incontro con Lui, che è Alfa e Omega della vita gioiosa del cristiano.

 

 

 

Gesù e la gioia

Una breve panoramica e vediamo come Gesù insista molto sulla gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Egli prega per i suoi discepoli  “perché abbiano in se stessi la pienezza della sua gioia” (Gv 17,13).

Si premura di assicurarli  che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno resuscitato e glorioso: “Voi siete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia… Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,20-23).

Esorta i suoi a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).

Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce e ha come sfondo e traguardo la gioia.

E’ terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come “nemico della gioia” (Anatole France) o “maledizione della vita” (Nietzsche).

 

  1. Paolo e la gioia
  2. Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: “Fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); pertanto: “Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi: la vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini” (fil 4,4-5).

Paolo ci ripete che “Il regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17).

Quindi l’Apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,18).

Cosi il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia…” (Ga. 5,22).

 

La gioia di credere

Tutto il nostro essere è fatto per la gioia.  La gioia è richiesta dalla stessa natura dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. S. Agostino afferma che  “Non si può trovare uno che non voglia essere felice”.

Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia dovuta alla fede.

Papa Benedetto XVI ci dice: “La gioia è una forma d’amore”, per cui dove si vuol che cresca la gioia, bisogna seminare amore.

Papa Francesco identifica la gioia del cristiana così: “È nel dono di sé, nell’uscire da se stessi, che si ha la vera gioia”… “Non lasciatevi rubare la speranza. Quella che ci dà Gesù” (Domenica delle Palme 2013).

Paolo VI conferma che  “la gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali”.

Gilbert Keith Chesterton dice: “La grande gioia non raccoglie boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissi sulla rosa immortale descritta da Dante. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo splendore stesso della giovinezza sta nella sensazione di avere lo spazio necessario per distendere le gambe”.

Il cristiano vive la gioia della Buona Novella, della Salvezza, del rapporto personale con Gesù, il Cristo, Salvatore e Risorto.

Così in Cristo la gioia è il frutto visibile di una fede viva e nella storia dell’uomo diviene  il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo.

Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cattolici diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

 

Connotazioni del periodo storico

Il cristiano-cattolico vive in questa società, questo è il periodo della vita che gli è stata data e concessa. In questo epoca  gioca la sua presenza e testimonianza.

Una prima domanda: che cosa esige la fede cattolica?

  1. Giussani, che aveva capito i segni del tempo, così si esprimeva: “Il cristianesimo ha un grave difetto (ironia!): esige degli uomini vivi, degli uomini che usano la coscienza, la loro sensibilità e volontà, e che perciò non siano già alienati, incapsulati, incatenati da quella propaganda che è la più grande arma di ogni potere, ora resa irrimediabilmente efficace dalla scaltrezza e sofisticazione quasi infinita degli strumenti di influsso sul pensiero, dei mass media e del resto.[…] Dicevo in classe: ragazzi, Spartaco era uno schiavo e aveva i piedi legati da catene. Però aveva testa e cuore liberi. Adesso noi abbiamo le gambe libere ma la testa e il cuore schiavizzati dalla propaganda che il potere, di qualunque specie esso sia, opera”. (p.143 Don Giussani – Vita di un Amico)

Il quadro della realtà d’oggi è fosco. Questo è il periodo postmoderno, come viene detto, ed è dominato da una antropologia post-ontologica, che  si è dimenticato l’essere della persona, la sua sostanziale realtà.

In sintesi, il periodo è caratterizzato da:

  • dittatura del relativismo in ogni ambito, etico, morale, comportamentale, nei confronti della natura in particolare nel campo biologico;
  • dominio del desiderio e del piacere individuale come autodeterminazione;
  • soggettivismo che diviene negazione della soggettività e della differenziazione;
  • possibilismo;
  • massificazione e omologazione al pensiero unico;
  • estrema scissione tra mente e corpo;
  • tendenza ossessiva del prendersi cura del proprio sé, della propria mente e del proprio corpo;
  • da una parte negazione della religiosità e dall’altra l’attuazione del sincretismo religioso, fondato su una religione fluida, a propria immagine, adattabile alle proprie esigenze, che comporti la soluzione dei conflitti religiosi.

In pratica: del doman non vi è certezza, ma neanche dell’oggi, dell’ora… tutto è modificabile e relativo. Un oggi e un domani fluido. E come tale va vissuto dall’uomo postomoderno che si deve adattare a questo nuovo clima.

 

I fondamenti di questo nuovo umanesimo – transumanesimo – radicano e prosperano in un cambiamento radicale della percezione che l’uomo ha di se stesso e del suo relazionarsi con la natura e con il cosmo e della concezione della propria dignità. Sembra esserci la perdita della consapevolezza della propria dignità.

Vi è il progetto di una dominazione tecnica della natura. L’uomo moderno è roso dal dubbio su se stesso, non è più sicuro che Dio gli abbia conferito una dignità superiore  a quella degli altri oggetti della natura e quindi rimedia a ciò cercando di dominarla. E’ la testimonianza di una disperazione rispetto alla realtà dell’uomo, la perdita della fiducia e la ricerca spasmodica di una nuova realtà umana.

La tendenza è verso il miglioramento dell’uomo, della sua realtà psicologica, in modo che non abbia più bisogno della morale. Un uomo virtuoso, senza interrogativi sulla vita, che non abbia più bisogno di Dio. Un uomo senza peccato e senza colpa non ha più bisogno di Dio. Raggiunge l’autosufficienza. L’uomo, nel voler decidere da solo ciò che è bene e ciò che è male, lascia la sapiente guida del Dio che lo ama e senza rendersene conto, accoglie come consigliere l’astuta serpe!

 

Scienza e tecnologia

Nel secolo XX era già stata teorizzata con una certa frequenza  la previsione della progressiva perdita del fenomeno religioso fino ad ipotizzarne la scomparsa, o quasi. E si era fatta prepotente la possibilità/necessità del sincretismo religioso.

Va riconosciuto che, per un tempo piuttosto lungo, l’ipotesi della perdita religiosa è stata oggetto di dibattito e di prese di posizione, spesso schematiche e troppo semplicistiche, che non hanno permesso di comprendere nella sua reale ampiezza il cambiamento di larghi strati della popolazione nei confronti del cristianesimo.

In alcuni ambienti, però, l’ipotesi della scomparsa della religione è stata letta come l’esito finalmente prossimo di una maturazione della persona e un adattamento più o meno generalizzato alle esigenze di una cultura caratterizzata dal progresso scientifico. Il mancato approfondimento delle motivazioni delle trasformazioni in atto nei confronti della religione ha ulteriormente accentuato l’atteggiamento scientifico-fideista e la tendenza di aderire acriticamente al mito del progresso scientifico e alla contrapposizione irriducibile tra fede religiosa e conoscenza/razionalità. Pertanto,  nell’ambito scientifico/razionale, cioè a livello antropologico-culturale e sociologico, il persistere della “domanda religiosa” viene quasi sempre interpretata  e quindi valutata come manifestazione di una tendenza regressiva di ampie fasce dell’umanità, cioè il cosiddetto “reflusso religioso a fasi ancestrali.

Contemporaneamente tra gli studiosi delle varie discipline sociali si è diffusa la convinzione che la nostra epoca sia caratterizzata dalla scienza e dalla tecnologia. Di conseguenza, con un diverso grado di consapevolezza, si è anche costituita la mentalità della relativizzazione del concetto di natura e nel contempo la coincidenza del concetto di cultura con quello di tecnologia.

Questi due aspetti hanno un’influenza imprevedibile sull’immaginario umano in vari campi, in particolare su quello etico-valoriale e sulla stessa comprensione dei fenomeni storici passati, in cui il riferimento religioso era profondamente connesso ad una gamma vasta di fenomeni naturali. Il mancato riferimento religioso potrà accentuare lo stato di incertezza sulle proprie radici e sulla propria collocazione nel mondo.

Ne consegue il crollo di una buona parte dell’universo simbolico del passato, in cui il linguaggio privilegiato era caratterizzato dall’esperienza religiosa. Su tale esperienza la persona, fino a pochi decenni fa, cresceva e poneva le basi della propria vita individuale e sociale, perché il concetto di natura aveva un grande potere aggregante e il tempo era commisurato su dimensioni comprensibili da un procedere prevedibile. Ora la persona si vive, suo malgrado, come spettatore, senza un suo specifico potere di intervento, in un orizzonte in cui tutto tende alla dissolvenza. Senza il riferimento religioso, un intero patrimonio artistico, letterario, musicale, architettonico, che ha formato il mondo interno di generazioni,  d’improvviso diviene significativo per pochi e comunque in senso totalmente diverso. Per molti è un patrimonio insignificante, da guardare, ma incomprensibile, se non come retaggio d’un passato arcaico. In tale situazione la logica tecnologica ha un peso determinante sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, in particolare sta riducendo sempre di più il valore e il significato della soggettività e, per quanto sembri paradossale, tende a considerare la soggettività più un fattore di disturbo che un valore.

 

Legittimare l’umano

Rémi Brague, filosofo francese, afferma che “ogni volta che la società ha fatto fuori il divino, l’abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici; richiedono tutti un sacrificio umano”.

Occorre, pertanto, legittimare l’umano, apportare valide ragioni alla sua sussistenza, per poter continuare ad esistere.

Occorre tornare a parlare di virtù, di comandamenti o più semplicemente di  bene. Non siamo noi a far sì che una cosa sia buona.

E’ per questo che oggi occorre parlare  di principi non negoziabili.

Su questo Papa Benedetto è intervenuto con molta chiarezza e fermezza il 30 marzo del 2006: “Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, l’interesse principale dei suoi interventi nell’arena pubblica è la tutela e la promozione della dignità della persona e quindi essa richiama consapevolmente una particolare attenzione su principi che non sono negoziabili. Fra questi ultimi, oggi emergono particolarmente i seguenti:

  • tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale;
  • riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio, e sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione;
  • tutela del diritto dei genitori di educare i figli”.

Benedetto XVI prosegue con fermezza: “Questi principi sono iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dallo loro affiliazione religiosa” (Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Convegno promosso dal Partito Popolare Europeo, 30 marzo 2006).

 

In contrapposizione l’attuale società, invece, propone:

  • Eutanasia
  • Eugenetica
  • Fecondazione eterologa
  • Aborto libero
  • Gender nelle scuole
  • Liberalizzazione delle droghe
  • Adozione Gay
  • Eliminazione dell’obiezione di coscienza
  • Matrimonio gay
  • Eliminazione incentivi alla famiglie numerose
  • Divorzio lampo

Domande

Nella mia coscienza di cristiano/cattolico, ed insieme nella mia identità di membro laico della Chiesa cattolica e dello Stato italiano, vi sono delle domande, che  urgono dolorosamente una risposta.

  • E’ possibile essere cattolici e vivere appieno il tempo attuale in tutto ciò che offre, o per essere cattolici oggi si deve per forza vivere il presente in modo schizofrenico, rifiutando sin dalle fondamenta la modernità e ciò che ne è conseguito, sognando magari i bei tempi andati?
  • Si può essere laici – non laicisti –, cioè senza una radicale antipatia per tutto ciò che sta nelle sfere del sacro e senza dover necessariamente far conseguire a questo aggettivo un’abiura totale della fede cristiano/cattolica?

 

Identità, stato, fede, libertà, vita, etica, politica, ecc., sono dei termini, ognuno dei quali assume un colore diverso a seconda della lente attraverso cui viene filtrato. Se la lente è  tenuta nelle mani di un cattolico trasmette un colore, se tenuta nelle mani di un laico/laicista riflette tutt’altro. La realtà filtrata da queste due identità contrapposte – laici/cattolici o laici/laicisti – non riesce a trovare   una sintesi, che  accomuni tutti.

Così verifichiamo che la Chiesa cattolica è una delle ultime linee di difesa contro il male, e non si può  permettere a una ribellione fuorviata di distruggerla né dall’esterno né dall’interno.

La Chiesa non deve mai sottomettersi o essere assimilata al mondo. Siamo nel mondo ma non del mondo, e dobbiamo tenere gli occhi fissi sulla nostra patria celeste.

Sappiamo che le opere fanno parte della testimonianza della fede.

 

Tuttavia, vi possono essere dei momenti storici in cui appare come se la Chiesa stesse per cedere alle lusinghe del mondo. A ciò è appropriata una metafora.

La metafora dei confini allentati, sguarniti, mal presidiati del campo religioso tradizionale, in cui emerge un’accresciuta libertà degli individui nel “far da sé” in campo etico e spirituale, permette di rendersi conto di come gli sconfinamenti siano resi più facili, la curiosità nei confronti del mistero possa orientarsi verso più direzioni, la stanchezza nei confronti della fede tradizionale possa trovare sollievo nella via a fianco della propria parrocchia dove un guru o un centro di meditazione aprono i battenti che sembrano poter scardinare il cuore più della routinizzata messa domenicale, o all’interno dei centri commerciali.

Tutte le persone intelligenti nei media, negli ambienti governativi e in quelli accademici, che ci incoraggiano ad abbracciare aborto, contraccezione, eutanasia e matrimonio omosessuale, non possono sbagliarsi. In fondo, tutti sanno che idee nuove e fresche devono chiaramente prevalere su due millenni di oscurantismo dovuto agli insegnamenti della Chiesa.

E’ alla luce del sole come la società civile stia proseguendo nella sua campagna di destabilizzazione e di negazione della Chiesa Cattolica. La società attuale ha fatto suo il pensiero di Feuerbach: «L’uomo sarà felice solo quando avrà finalmente ucciso quel Cristianesimo che gli impedisce di essere uomo. Ma non sarà attraverso una persecuzione che si ucciderà il Cristianesimo, ché semmai la persecuzione lo alimenta e lo rafforza. Sarà attraverso l’irreversibile trasformazione interna del Cristianesimo in umanesimo ateo con l’aiuto degli stessi cristiani, guidati da un concetto di carità che nulla avrà a che fare con il Vangelo» (Ludwig Feuerbach, Essenza del Cristianesimo).

Molti si sono lasciati ingannare dalla bugia che ci sta propinando il mondo, per la quale dovremmo ribellarci all’autorità della Chiesa e del papa decidendo da noi quali insegnamenti seguire e quali non seguire.

Se sentiamo la necessità di essere ribelli, perché non convogliare questa energia in una direzione più positiva, una direzione che guidi al Cielo? Se vogliamo essere ribelli, ribelliamoci contro il mondo e abbracciamo la via verso il Cielo che passa per la Chiesa Cattolica.

 

Tipologia

Il cattolico, in quanto tale, ha una sua visibilità e deve  essere cosciente di una evidente realtà:  che in questo tipo di società, l’essere cattolico, testimone del messaggio di un Crocifisso, significa appartenere ad una minoranza, non solo, ma essere esposto a persecuzione. E’

Se analizziamo la situazione dei credenti, che si dicono cattolici, verifichiamo che vi sono varie categorie, che mi permetto di sintetizzare nelle seguenti:

 

  • Una prima categoria: il cattolico emancipato ed adulto. E’ il cattolico moderno che si ritiene capacissimo di decidere da sé ciò che è morale e giusto. Vive una schizofrenia tra la fede personale e la testimonianza, l’educazione e l’esperienza concreta della vita, cioè vive una profonda ambivalenza tra appartenenza ed identità cattolica. Di fronte ai principi non negoziabili, ha una sua ben precisa concezione, che esprime senza remore:
  • “In coscienza non posso non votare a favore dell’aborto…, perché…”
  • “Chi sei tu per giudicarmi e giudicare? Le persone sono libere di decidere la loro vita…”
  • “Personalmente non negherei mai la libertà a nessuno… di…
  • “La laicità dello stato esige che…”

Si potrebbe continuare. E’ da anni e anni che si sentono ripetere queste affermazioni.

Ritengo che l’apatia e il relativismo morale crescenti, fortemente influenzati da una cultura imbevuta di materialismo senza limiti morali, abbiano spinto vari credenti verso il grave pericolo dell’apostasia. Sono cristiani che, anziché vivere religiosamente nel mondo, finiscono per vivere mondanamente nella religione (ben impastoiati nelle strutture visibili della religione, perché da quella mica si distaccano, anzi). praticano un pericolosa dicotomia: credente nel privato, agnostico nel politico.

 

  • Il cattolico che vive un complesso persecutorio, soggetto ad una specie di psicopatologia paranoica, caratterizzata dai seguenti atteggiamenti:
  • la religione viene vissuta come puro fatto personale;
  • la prudenza e la circospezione connotano il suo comportamento: non ci si deve esporre, perché si diviene causa di reazioni inconsulte, mai provocare perché ciò comporta eventuale persecuzione, si è presi di mira;
  • caratteristiche: fuga nell’intimo; indifferenza e lamentale di fronte alla vita sociale;  paura della visibilità; rifiuto del coinvolgimento;  chiusura nelle sacrestie (nascondimento – catacombe);
  • molta prudenza: perché si tiene famiglia, ecc. ecc.

 

  • Il cattolico che vive e testimonia la propria fede con semplicità. Gli atteggiamenti possibili:
  • impegnato in vari ambiti a vivere e a dare testimonianza della vita di fede;
  • impegnato nella conoscenza e nell’approfondimento della propria fede (per formarsi sempre di più una “coscienza illuminata”, come ricordava da Paolo VI);
  • preghiera, Sacramenti e Verità rivelate sono il suo alimento quotidiano;
  • disponibile a pagar in prima persona per la propria fede;
  • impegnato su fronti diversi, mai disponibile al compromesso di fronte ai principi non negoziabili. “Ecco perché il laicato va formato, affinché abbia quei criteri per giudicare la realtà senza lasciarsi dettare i tempi e i modi da altri.” (Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste).
  • Una breve annotazione: ai soggetti religiosi, che vivono la propria fede con coerenza, sotto l’aspetto psicologico, viene attribuita una personalità con caratteristiche di conservatorismo, autoritarismo, tendenza ai pregiudizi, lasciando impregiudicato che si tratti di conseguenze o fattori predisponenti. L’attribuzione di omofobia è solo uno degli aspetti attribuiti dall’attuale società.

 

Come essere un vero cattolico

Il noto teologo Hans Küng, che non è  in odore  di completa ortodossia, nel 2006 ha cercato di dare risposta alla domanda “Che cosa significa essere cristiano?”, attraverso una serie di tesi/enunciazioni, pubblicate in tedesco il 23 luglio 2005 e tradotte in  italiano in Regno/Documenti, 7-2006, p. 263 /272.

Nella prima enunciazione afferma: “Cristiano è solo chi cerca di vivere la propria umanità, socialità e religiosità a partire da Cristo. Chiaro e tondo: cristiano non è quindi semplicemente chi cerca di vivere in modo umano o anche sociale e magari religioso”.

Nella terza tesi continua:  “Essere cristiano significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano nel mondo di oggi alla sequela di Gesù Cristo”. Pertanto “L’elemento distintivo dell’agire cristiano è la sequela di Cristo”.

Non solo, perché nella tesi 18 afferma: “Anche per la Chiesa Gesù deve restare normativo in ogni cosa”.  A questo proposito Hans Küng aggiunge un altro elemento indispensabile: l’accettazione della Chiesa, che ha come  sua missione  quella di custodire il messaggio del Fondatore e trasmetterlo integralmente, senza adulterazioni.

A questo riguardo Benedetto XVI si è espresso con la sua solita chiarezza: “Fra Cristo e la Chiesa non c’è alcuna contrapposizione: sono inseparabili, nonostante i peccati degli uomini che compongono la Chiesa. E’ pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda: “Cristo sì, Chiesa no”. Questo Gesù individualistico scelto è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che Egli ha creato e nella quale si comunica. Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v’è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità” (Udienza Generale, mercoledì 15 marzo 2006).

Come è evidente, per Kung vi sono alcuni elementi indispensabili senza i quali non è possibile considerarsi cristiani/cattolici: Cristo come punto di riferimento assoluto non Cristo come ‘ornamento’, come ‘distintivo’, del quale ci si fa belli, ma come ‘sequela’, ‘imitazione’. Solo quando il cristiano fa propria l’impostazione della vita, che Cristo ha presentato nelle sue varie sfaccettature: individuale, sociale, familiare, politica, solo allora quell’individuo può dirsi ‘cristiano’, seguace di Cristo.

Il pensiero di S. Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil., II, 5).

Non è facile essere cattolici.

 

Breve conclusione

“I cristiani in ogni continente sono i portatori non solo di scienza e tecnica, di sviluppo e di principi democratici, ma soprattutto del principio di dignità umana – che è sacra ed inviolabile – perché considerano l’uomo come figlio di Dio. E ogni figlio di Dio è sempre un fine e mai può essere un mezzo per realizzare una politica o un’ideologia: sta proprio qui la potenza messianica dei martiri cristiani, che costruiscono il regno dei cieli cominciando già sulla terra, e non lo fanno con le armi ma con la loro disarmata testimonianza. I martiri dell’ultimo secolo si manifestano al mondo come agli inizi del Cristianesimo: segno di speranza e voce che si alza a favore dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia. (Valentino Savoldi, Testimoni della fede, Editrice Velar).

 

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