Sulla questione degli impulsi.

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Risultati immagini per impulsi arteDi D. Malerba

Mi sembra che sia stata poco posta una questione fondamentale nel dibattito etico: “è mai possibile che essere in una situazione di peccato che io non ho scelto, ma nella quale mi ci sono trovato senza mia colpa, o almeno senza colpa volontaria e cosciente, mi porti all’inferno?”.

L’esempio più evidente è quello della omosessualità, chi si trova in questa condizione non sembra averla scelta volontariamente e deve in qualche modo accettarla per quella che è. Ma accettarla implica dovere gestire un impulso sessuale che va in una certa direzione. La Chiesa Cattolica propone la castità (in realtà la propone a tutti, anche agli etero sposati, se si intende con questo un uso continente della sessualità, peraltro ho la fantasia che molti percorsi ascetici propongano la castità come elemento proprio della vita spirituale e ascetica, non solo i cattolici), e tuttavia ci si può porre il problema se l’espressione sessuale non sia inclusa nella accettazione della propria omosessualità. Ma questo è solo un esempio, poniamone un altro meno politicamente connotato: l’alcolismo. Dice San Paolo: “9 O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, 10 né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. 11 E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!” (1Corinzi 6:9-11)

Vorrei notare che il versetto 11 mostra che vi può essere una soluzione al problema, sembra cioè che vi possa essere cambiamento (“E tali eravate alcuni di voi….” sembra indicare che poi non lo sono più stati). Questo naturalmente è inerente alla salvezza e alla conversione, ovviamente se non è possibile una conversione non è possibile la salvezza, e dunque la religione cattolica sarebbe un falso perché propone un cambiamento impossibile.  E questo vale per tutti gli elementi morali delle persone.

Dobbiamo notare che san Paolo mette sullo stesso piano delle questioni che sembrano avere in comune il problema del controllo degli impulsi (cioè mette insieme il tema della gestione della sessualità con quello della gestione del bere, che può essere paragonata oggi all’uso di droga, peraltro vale anche per altri comportamenti considerati non etici, come la  cleptomania, o la mania dell’accumulo per esempio).

Ora saremmo in grado di fare una non difficile interpretazione dicendo che molti di questi comportamenti negativi potrebbero essere legati a carenze affettive o a traumi nella fase di sviluppo delle persone e che se “risolvessimo” queste esperienze molti di questi atteggiamenti verrebbero meno, e potremmo anche notare che la soluzione che San Paolo propone è una salvezza tramite l’azione di Gesù e dello Spirito Santo (“siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio”).

La condanna non sarebbe dunque dovuta al peccato in sé ma al rifiuto dell’azione di Dio nella propria vita. In effetti il peccato è insito nell’uomo poiché l’uomo nasce nel peccato originale, dunque tutti siamo peccatori, ma la condanna nasce dal rifiuto di accettare di essere peccatori e di accettare l’aiuto di Dio per la nostra salvezza. Questo rifiuto porta ad una ricerca di auto-salvezza. In vari modi. Attraverso l’idolatria (anche la psicologia può essere una forma di idolatria in questo senso quando pensa di dare tutte le risposte, si consideri il costruttivismo per esempio), o attraverso l’idea che la soluzione stia nell’assecondare i propri impulsi (proprio perché sono incontenibili) come le ideologie di sinistra propopongono, o con una filosofia o morale che l’uomo si costruisce da sé (si pensi al relativismo etico per esempio o al superuomo di Nietsche).

L’accettazione del proprio problema è il passo iniziale per ogni percorso di psicoterapia, e consiste nel riconoscere che un problema è un problema, e che la sofferenza è tale ed è legata al problema (qui è alto il rischio proiettivo, soprattutto laddove il comportamento che nasce da sofferenze affettive dia luogo ad un aspetto rivendicativo e di rabbia, derivante da una pulsione spesso trattata con una scissione dall’oggetto primario e una proiezione su un soggetto secondario esterno, foriero di una possibile ma irrealistica soluzione che mai si trova). A questo punto la psicoterapia può arrivare, aiutando a capire ed elaborare il dolore, entro certi limite aiutare a riconoscerne le origini e lenire le sofferenze, talvolta aiutando a controllare le pulsioni (per esempio aiutare a non bere). Credo sia questo che lega la moderna psicoterapia alle grandi scuole di direzione spirituale dei maestri del cattolicesimo (purtroppo troppo spesso dimenticate) che, permettetemi, di psicologia se ne intendevano: eccome! Ritengo però che ad un certo punto non sia più sufficiente. E qui nasce la soluzione spirituale indicata da San Paolo che sembra proporre una guarigione profonda e liberante attraverso l’azione di Gesù e dello Spirito Santo. E qui si pone anche la questione della psicoterapia che non può essere, per un cattolico, che il collaborare a questo grande progetto di guarigione che Dio ha per l’uomo. Da laici cattolici dobbiamo, infatti, sempre trattare tutte  «le cose temporali … ordinandole secondo Dio» (LG 31).

 

 

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