Conseguenza spirituali e sociali dell’aborto.

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Di Daniele Malerba

Dell’aborto si parla di frequente come di un diritto della donna. Per principio il diritto di una persona non dovrebbe danneggiare, o perlomeno dovrebbe tenere conto del diritto degli altri. E non può essere negazione di una responsabilità personale.

Ma per la legge sull’aborto non è così: non è rispettato il diritto delle madre a tenere il bambino ed essere sostenuta ed incoraggiate in questo, non è rispettato il bambino nel suo diritto alla nascita, non è rispettata la società nel proprio diritto alla sopravvivenza, non è tenuto in nessun conto il diritto del padre.

Per poter uccidere il bambino bisogna dire che l’embrione è “cosa” e non essere umano, ma la Chiesa Cattolica non lascia spazio ad interpretazioni in tal senso. Il catechismo il punto 2274 recita: “L’embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano”.

Io ho sempre pensato che l’aborto volontario sia un atto terribile e doloroso, e sono sicuro che nessuna donna fa a cuor leggero un atto come questo.

E allora perché lo fa? Perché per qualche motivo è calpestato il desiderio e il diritto della donna a tenere il proprio figlio, vuol dire che quella donna è abbandonata a se stessa. La legge non protegge la donna: la abbandona nella propria solitudine e nella propria sofferenza.

E a seguito dell’aborto, al rischio delle possibile conseguenze fisiche che sono molto conosciute e documentate, e a quelle psicologiche, anche queste conosciute a ampiamente documentate (anche se nella mia esperienza le donne spesso nascondono a se stesse e minimizzano, relegandolo nell’inconscio, il dolore che provoca questa scelta) si aggiungono conseguenze spirituali e sociali, di cui si parla poco o niente.

Nessuno parla mai delle conseguenze spirituali, cioè della dolorosa rottura con Dio che questo atto comporta, legate al senso di colpa, più o meno conscio, che porta a dire che “Dio non esiste”. L’aborto porta le donne ad una rottura relazionale con se stesse, con le persone che le stanno vicine, soprattutto con gli uomini e, infine, con Dio. Perché la legge a favore dell’aborto è il frutto dell’abbandono della donna.

E il danno spirituale è tanto grave che l’aborto porta alla scomunica immediata, non solo per la donna ma anche con coloro che collaborano in qualche modo alla sua pratica. Dice il catechismo al punto 2272 “La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. « Chi procura l’aborto, se ne consegue l’effetto, incorre nella scomunica latae sententiae », « per il fatto stesso d’aver commesso il delitto » 185 e alle condizioni previste dal diritto. 186 La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia. Essa mette in evidenza la gravità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all’innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società”, riferendosi al Codice di Diritto[1].

Ma la rottura e il danno è anche per la società poiché: “Regna tra gli uomini, per arcano e benigno mistero della divina volontà, una solidarietà soprannaturale, per cui il peccato di uno nuoce anche agli altri, così come la santità di uno apporta beneficio agli altri.”[2]

Dunque il danno spirituale non è limitato alla donna ma si estende a tutta la società.

Il prezzo che paga la società per questa legge non è limitato al danno spirituale ma si estende in modo ampio a molte settori. Il danno c’è, ma nessuno se ne occupa, e lo si sapeva anche prima di fare la legge, perché le conseguenze s’erano già sperimentate.

Nel 1917 Lenin appena salito al potere al governo dell’Urss introduce il divorzio, sia per mutuo consenso, che su sola richiesta di uno dei due coniugi. Lenin afferma: « La Repubblica dei soviet ha prima di tutto il compito di abolire ogni restrizione dei diritti della donna. …….. questa vergogna borghese, fonte di avvilimento e di umiliazione …….”. Nel 1926  invece, accanto al matrimonio registrato, contempla anche il matrimonio di fatto, entrambi con lo stesso valore giuridico. Il divorzio è ancora più facilitato, può avvenire senza alcuna «formalità » ed essere unilaterale. Si uccide così la famiglia « borghese », nella quale, nella propaganda dei sovietici, non c’è amore ma puro interesse. Nel 1920 l’Urss legalizza l’aborto, dice Lenin: “L’aborto legale sarà una misura transitoria, in quanto sparirà con l’incentivo all’uso di anticoncezionali, con la diffusione capillare di asili, scuole, mense di Stato, sostitutivi della famiglia tradizionale, troppo meschina e circoscritta, e con l’accesso delle masse a un livello superiore di moralità comunista[3].

Lo stato U.R.S.S. vuole sostituirsi alla famiglia, ma le conseguenze saranno disastrose, le famiglie si sfaldano, le donne sono abbandonate e senza risorse, i bambini vengono abbandonati, le donne non percepisce pensione alimentare per molti dei loro figli, il disagio minorile diviene enorme[4], inoltre si moltiplicano enormemente gli aborti, “la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti, gli orfanotrofi, sommersi, diventano dei veri mortori, aumentano infanticidi e uxoricidi[5]. “L’idea secondo cui la società nel suo complesso poteva farsi carico del mantenimento e dell’educazione dei bambini naufragò in breve tempo, alla prova dei fatti . Dopo la guerra civile e la carestia del 1921-1922, infatti, il paese fu invaso da una vera ondata di orfani e di bimbi abbandonati, che vivevano di furti, di elemosine e di prostituzione. Il loro numero non fu mai valutato con precisione, ma era elevatissimo, oscillando tra i 7 e i 9 milioni, a seconda delle stime. Molti si aggregarono in bande di teppisti pericolosi e tossicodipendenti. A partire dal 1923, l’unica misura che il governo seppe adottare fu di inviare coloro i quali venivano arrestati al lager delle isole Solovkj[6].

Tanto è che poi l’URSS, oramai tardi, fa marcia indietro.

Credo che vi sia un legame tra il divorzio e l’aborto, una cosa provoca l’altra e insieme distruggono il benessere sociale e la felicità delle persone, poiché non si può essere felici se non si è anche responsabili degli altri.

Il dramma sociale che si sversa con l’aborto si vede chiaramente nella storia della Unione Sovietica, ma è nascosta in Italia. Io faccio perciò alcune ragionevoli ipotesi, alcune già suffragate da dati, altre su cui andrebbero fatti degli approfondimenti.

Il primo dramma è culturale, la legge infatti crea cultura, spinge a considerare che un comportamento è legittimo e non crea danni anche se nella realtà dei fatti non è cosi, così il dramma si nasconde perché tornare indietro dal proprio assetto ideologico è molto difficile, diventa culturalmente proibito parlarne e viverlo. Si creano così convinzioni etico-morali, filosofiche, in linea con il pensiero ideologico, con deviazioni sistematiche del pensiero comune e perfino della analisi dei dati scientifici di sofferenza, che si fa fatia a vedere, e a volte si finge di non vedere o si nega direttamente. Al tempo di oggi si assiste anche alla uccisione culturale della figura del padre con una perdita di capacità di difesa delle persone deboli, si sviluppa un paese fragile, facilmente aggredibile, con grande paura del futuro.

Ma c’è di più: le donne possono essere culturalmente spinte a praticare l’aborto dal clima culturale di sufficienza di cui sono imbevute che rende impossibile loro pensare di affrontare le difficoltà che una nascita può incontrare anche se poi non si vuole allevare il proprio figlio. Ci sono casi in cui la spinta all’aborto è evidente (In quasi un caso su 4 c’è qualcuno che spinge esplicitamente la donna verso l’aborto. In due casi su 3 le pressioni provengono dall’ambiente familiare, innanzitutto dal partner, ma anche dalla famiglia d’origine[7]). Un frutto è l’aumento della violenza (verso donne e uomini), e lo sfruttamento della prostituzione (anche minorile), le prostitute sono costrette ad abortire.

Vi sono i danni demografici, ad un crollo del numero dei matrimoni e aumento delle convivenze legate alla legge sul divorzio si contrappone un crollo della natalità generale (con inversione piramide demografica) e aumento della sterilità complessiva (anche perché si a fatica a scegliere una compagna/o su una minore quantità di possibilità), ma si può presumere che la vitalità e creatività del paese sia inficiata: quanti sacerdoti in meno (quanti destinati al sacerdozio sono stati uccisi nel grembo della madre?), quanti filosofi, politici in gamba, economisti, imprenditori in meno, con conseguente perdita di intelligenze e capacita di sviluppo culturale, intellettuale, economico e sociale. Cosicché il crollo della natalità porta con sé anche  un crollo economiche e un aumento della povertà che segue ad un momentaneo aumento della ricchezza.

Non vi è alcuna correlazione inversa tra ricchezza e aborto, anzi: i paesi più ricchi sono spesso quelli che hanno maggiore natalità, e la natalità porta ricchezza. Vi è invece correlazione diretta tra ideologia e denatalità. Nei regimi dove aborto è ideologia la natalità scende, dove è vietato cresce, indipendentemente dalla ricchezza di quel paese.

Infine l’aborto porta a conseguenze  sulla sicurezza sociale, con perdita della solidarietà intrafamiliare, angoscia, incertezza. Rischio fallimento delle prestazioni sociali (in Spagna una ricerca rivela che “con l’attuale deficit, causato anche dall’aborto, la popolazione non riuscirà a rigenerarsi con nuovi lavoratori. Il risultato sarà una progressiva eliminazione delle pensioni sociali[8]) in particolare la difficoltà di gestione degli anziani. Vi sono anche danni sociali indiretti (ad esempio la stessa ricerca rileva che “il ricorso massivo all’aborto ha provocato la scomparsa di 258 bambini al giorno, che a loro volta hanno provocato la chiusura di 60 scuole all’anno con un’eccedenza di insegnanti avviati alla disoccupazione”. Vi sono anche fenomeni secondari come l’esposizione ai nemici esterni e alle invasioni fisiche e culturali, lo sfruttamento dei feti, mentre resta non indagata l’effettiva diminuzione degli aborti clandestini di cui nessuno si occupa più.

[1] Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici CIC) canone 1398. CIC canone 1314. CIC canoni 1323-1324.

[2] “Manuale delle indulgenze – norme e concessioni”, ristampa della IV edizione. Libreria Vaticana Editrice. Pg. 120 che riporta l’affermazione di sant’Agostino contenuta in, Il battes., tr contro i Donat., 1, 28 (PL 43, 124).

 

[3] Agnoli Francesco (2011). “Novecento. Il secolo senza croce”. Ed. Sugarco, Milano.

[4] Henrj Chambre S. J. (1957). “Il marxismo nell’Unione Sovietica” Ed. Il Mulino, Bologna. Cit. in “Novecento. Il secolo senza croce”.

[5] Françoise Navailh (1997). “Storia delle donne”, in “Il Novecento”, a cura di F. Thébaud, Ed. Laterza, Roma-Bari. Cit. in “Novecento. Il secolo senza croce”.

[6] Richard Pipes (1999). “Il regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Stalin”. Ed. Mondadori, Milano.

 

[7]Interris” 20 novembre 2017 (https://www.interris.it/sociale/io–costretta-ad-abortire?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=giornaliera)

[8] Ricerca citata da “La bussola quotidiana”, il  01 febbraio 2017. In “Economia”.

 

Ma altre conseguenze a cui non si pensa mai sono quelle psichiche sui padri, sugli altri figli della donna, e sulle relazioni famigliari. I bambini che sanno essere nati da una mamma che ha abortito un fratellino sono ad alto rischio di sviluppare disturbi dello sviluppo o patologie psichiatriche (depressione, psicosi, aggressività, suicidio, insofferenza nei confronti dell’autorità, …)[1]. Alcune ricerche rilevano che vi sono conseguenze psichiche anche sui  medici abortisti[2].

[1] Dr Ney  “A consideration of abortion survivorssul Child Psychiatry and Human Development (1983).

[2]Professional quality of life of Japanese nurses/midwives providing abortion/childbirth careMaki MizunoEmiko KinefuchiRumiko Kimura, …First Published January 17, 2013

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