La terribile serietà di Dio in un mondo di accumulatori

Postato il Aggiornato il

Di Malerba Daniele

Si dice che la nostra sia una società consumistica. Nulla di più falso: la nostra è una società di accumulatori. Noi non puntiamo a consumare, perché la capacità di consumo ha dei limiti spaziali e temporali. Noi puntiamo ad una disperata, angosciosa e inutile rincorsa all’accumulo di cose futili.

Oggi il rapporto con Dio non è stimato cosa importante. Neppure le leggi e le regole che Lui ha dato attraverso la religione sembrano cose importanti. Così è considerata scontata la sua misericordia e, poiché data per scontata, non la si prende come cosa da considerare con troppa severità. La legge c’è ma, si pensa: “in fondo non ha conseguenze così severe”. Si pensa, in fondo, che Dio non c’entri con noi, con la nostra vita, con le guerre dell’uomo e le catastrofi naturali, se esiste, Dio, non c’entra.

Come se  la realtà materiale non fosse stata creata da Dio, come se la morte non desse uno stop formidabile alle velleità e pretese di onnipotenza dell’uomo. Si guarda altrove per trovare risposte alla propria insoddisfazione, si cerca una vita nelle cose pratiche e immanenti che, però, lasciano senza reali risposte, lasciano un vuoto nascosto, coperto dal cumulo di inutilità che il mondo propone.

Vi sarà capitato di vedere a volte barboni con i carrelli dei supermercati carichi all’inverosimile di inutili cianfrusaglie. Vi è una malattia chiamata disposofobia che consiste nell’accumulare un gran numero di oggetti senza utilità e valore, in modo tale da impedire addirittura gli spostamenti in casa, se non scavalcando un gran numero di questi oggetti. Forse non è un caso che negli Stati Uniti sia una patologia piuttosto diffusa.

Oggi accumuliamo un enorme quantità di dati inutili nei nostri P.C., abbiamo un numero enorme di canali TV, possiamo accedere in modo compulsivo a musica, pornografia, programmi di ogni tipo, possibilità talvolta senza limiti. La salute, la bellezza e l’estetica, lo sport, il corpo, il piacere, divengono beni idolatrati, di cui si cerca un accumulo forsennato, ma creano l’angoscia del limite: oltre non si può andare, anche se continuamente ci si prova, con il sesso estremo, la chirurgia plastica, gli sport estremi. Accumulare cose non ha limiti se non quello economico.

Ma è tutto falso.

Tutto questo  accumulo non guarisce nulla ed è profondamente frustrante.

Noi viviamo in una società disposofobica, che promette di risolvere la vita attraverso l’accumulo inutile di cose altrettanto inutili. I più famosi disposofobici furono gli statunitensi fratelli Collyer, morti in mezzo ai loro rifiuti, uno dei due addirittura sepolto in essi[1]. Non è difficile trovare parallelismo con l’immondizia con cui stiamo seppellendo il mondo.

Una volta lessi un fumetto che proponeva la storia di un delinquente che andava all’inferno, ma una volta morto si trovò invece in una specie di paradiso, dove aveva tutto: sesso, soldi, denaro e potere in quantità illimitata. All’inizio si diede ai piaceri più sfrenati, esercitò un potere violento, ma dopo un po’ cominciò a sentire una insoddisfazione e una noia terribile, profonda, una angoscia dalla quale non poteva separarsi: tutto quello che aveva non gli serviva a nulla, e più il tempo passava più la noia si estendeva. Capì di essere eternamente legato ad un inferno più terribile del fuoco: un vuoto, una noia, una angoscia e una solitudine estrema ed eterna.

Ora oggi nei paesi occidentali siamo così: in un terribile inferno, prigionieri del nostro irrefrenabile, inutile e vuoto desiderio di accumulo.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Collyer

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