Patologia e arroganza

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Di Daniele Malerba

A ben vedere la patologia altro non è che un atto di arroganza. Un rifiuto di una realtà che porta dolore e che non si vuole, o di una parte di essa, e una costruzione di una realtà nuova che si vorrebbe facesse soffrire meno ma che, poi, porta ancora più dolore e maggiore rifiuto della realtà.

Noi siamo Dio e vogliamo costruirci la realtà a nostro piacimento. Questa è l’arroganza!

Certo non sempre è una arroganza voluta, volontaria e scelta. Spesso è “arroganza da difesa”.

La patologia è costruttivismo all’ennesima potenza: per questo a me piace la teoria costruttivista, perché la guarigione non sta nel costruirsi una realtà immaginaria in cui rifugiarsi pensando di scappare al dolore, ma nell’accettare la realtà delle cose, umiliarsi ad esse e obbedirvi, accettando il dolore che comporta. Anche se questo costa dolore e sacrificio.

La realtà della nostra vita è realtà di morte, inevitabile che si muoia e che si lasci questa terra in mano ai nostri figli e agli altri, non è quaggiù il nostro destino. Ma la morte fa paura e allora decidiamo che il destino sia la fuga nel fantastico, nell’irreale dove crediamo non vi sia dolore, ma dove troviamo ancora più dolore.

Così la guarigione altro non è che l’accettazione profonda del reale e del dolore che comporta, senza trasformarlo in fuga e senza trasformarlo in odio. La terapia è avvicinare a questo.

Sta qui, almeno in parte, il senso terapeutico di una religione che guida alla liberazione dalla morte terrena per una vita eterna. Purché questa religione dica il vero.

Molti filosofi sostengono che la realtà esiste solo in quanto percepita, e solo nella forma con cui la percepiamo, il resto non esiste o non ha senso. Ma non è così: la realtà esiste al di la del fatto di percepirla o meno, noi possiamo accettarla o no, conoscerla o no, essa esiste al di là di noi e noi siamo parte di essa, con essa interagiamo, che la conosciamo o meno. La realtà ha influenza su di noi, che ce ne rendiamo conto o meno. Più la conosciamo e più siamo realisti nel reagirvi meglio stiamo e più siamo sani.

Purtroppo non conoscendola fino in fondo non siamo capaci di adattarci ad essa in modo adeguato, per questo la terapia altro non può essere che conoscenza e adattamento, mi vengono in mente i concetti di Piaget di accomodamento e assimilazione.

Questo sia nelle realtà materiali che in quelle immateriali, incluse quelle spirituali.

La soggettività non va confusa con la realtà oggettiva, neppure nel mondo spirituale, che è oggettivamente presente e agente. Confondere quello che io so, conosco e penso con quello che è reale, la mia rappresentazione con la realtà, è l’inizio della patologia, l’inizio del fallimento dell’uomo.

Della realtà soggettiva bisogna sempre in qualche modo diffidare, in quanto sempre fallace e parziale.

Ma nasce il problema di dove prendere elementi che siano reali, se la percezione e il pensiero sono così  limitati? Quando riconosciamo che siamo sulla giusta strada?

Se ci sentiamo meglio? No, perché la sensazione di stare meglio può essere limitata, transitoria o una fuga.

A volte si comincia a stare meglio quando si sta peggio. E allora come facciamo a capire che la strada è giusta? Che segnali esteriori e interiori ci possono guidare? Se l’assenza di dolore non è requisito di sanità, cosa ci dice che siamo sani? Che stiamo accettando la realtà e non la stiamo rifiutando dato che riconoscerla è così difficile? Come facciamo a distinguere tra giusto e sbagliato? Tra sano ed insano? tra reale e fantastico?

La prima risposta sta nel riconoscere che la realtà non siamo noi che la decidiamo, è fuori di noi.

L’altra è che reagiamo alla realtà sulla base delle ipotesi che abbiamo su di essa, se questa reagisce sempre male sempre vuol dire che abbiamo sbagliato ipotesi.

Quando la realtà è costituita da un’altra persona anche quest’ultima reagisce sulla base delle sue ipotesi sulla realtà, e può reagire male per le sue ipotesi sulla realtà e non per la realtà in sé, non per quello che noi facciamo realmente.

La teoria che noi stiamo male a causa di elementi traumatici o politraumatici della nostra storia è vera, tuttavia è vero che la scelta, conscia o inconscia, volontaria o involontaria, su come reagiamo a tali traumi è nostra. È pur vero che va discusso se la scelta automatica e involontaria (quella che Freud definiva reazione inconscia) sia una vera scelta, soprattutto in fase infantile, tuttavia in qualche modo una parte di noi ha fatto quella scelta. Renderla conscia ci permette di poterla cambiare. Ma per farlo dobbiamo accettare che sia stata una scelta errata o lo sia adesso almeno.

Inoltre la realtà può essere oggettivamente cattiva con noi in questo momento, e non per colpa nostra. Tuttavia la realtà relazionale può essere migliore della realtà materiale. Per esempio posso subire gli effetti di una guerra, ma in questo contesto posso trovare comunque persone generose che mi vogliono bene che mi permettono di sostenere il peso di questo immane dolore. È vero però che a volte il dolore è più forte di noi, a volte abbiamo basi genitoriali efficaci che ci permettono di gestire il dolore e a volte impazziamo.

La sanità comunque non è non avere dolore, ma saperlo gestire in modo che non ci distrugga. Non sempre il costruttivismo è arrogante per scelta, a volte è semplicemente fuga, ma la paura rende arroganti: è paura del dolore, talvolta vergogna per i propri errori.

È la paura che il nostro limite sia elemento che permetta la nostra distruzione. Essere consapevoli che l’accettazione del nostro limite non vuol dire la nostra morte è l’inizio della guarigione.

Credo che la confessione cattolica abbia tra l’altro questo senso: non solo il perdono del peccato, ma la accettazione del nostro limite, l’affrontare la vergogna e dichiarare il proprio sbaglio libera perché ci permette di accettarlo (“la verità vi farò liberi” Gv. 8, 32b).

L’arroganza nasce anche dal fatto che ci vergogniamo di noi stessi, la vergogna è contrapposta alla fiducia in sé: facciamo qualcosa di sbagliato e ce ne vergogniamo, se combattiamo vittoriosi con la vergogna questa è sopraffatta dal buon senso, porta ad essere umili e diviene accettazione del limite, ma da qui nasce una nuova strada di adattamento alla realtà.

Se la vergogna vince diventiamo arroganti, l’arroganza è, in realtà, la faccia visibile della disistima di sé l’inizio della patologia (Erickson individua nella prima infanzia – 1-3 anni, in quella che per Freud è la fase anale – lo sviluppo della  autonomia, contrapposta a vergogna e dubbio; la capacità di autonomia nasce però dal grado della fiducia in sé, cioè dalla capacità di non perdere fiducia di fronte agli ostacoli e al dolore generato dall’errore o dalla cattiveria della realtà).

Cura della arroganza è l’obbedienza e l’umiltà. il riconoscimento del proprio errore, il sentirsi perdonati, il perdonare e il perdonare se stessi per il proprio essere creature limitate, il riconoscere che il pagamento per la propria vita è impossibile, l’accettare la gratuità della vita offerta dall’Altro da sé, da “Colui che è”.

 

 

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