Muri e ponti: la metafora sbagliata nei nostri tempi.

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di Daniele Malerba

Oggi siamo tutti aggirati dal grande bluff degli spot pubblicitari e dei brevi aforismi. Pensiamo di risolvere i problemi della vita bevendoci una frase come fosse un’aspirina dell’anima. Ma ciò che abbiamo addosso non è una lieve febbre.

Le parole sono trappole.

Va di moda dire: “costruiamo i ponti e non i muri”, forse perché caduto il muro di Berlino si pensa che se cadono tutti i muri le cose non possono che andare meglio, ne sono felici coloro che non aspettano altro per poter devastare la città.

Peraltro quel muro non lo aveva costruito la Chiesa ma il comunismo: semmai sono loro che devono fare cadere i loro muri, aprire un po’ gli occhi sulla realtà.

Strano pensare di poter costruire una casa senza muri, o pensare che chi costruisce i muri non sappia anche costruire le porte e le finestre dove è utile e necessario. Facile proporre di demolire un muro se poi in realtà sei protetto dalla NATO. Ed è strano non pensare che possiamo fare accoglienza solo perché c’è un confine. Se non ci fossero confini saremmo un mondo di migranti in miseria. Non si riflette che si può fare la carità solo perché ci sono  le forze dell’ordine che impediscono la violenza.

Gridare slogan è una attività emozionante, pensare alle cose invece è difficile, richiede tempo.

Costruiamo i ponti e non i muri” è una metafora semplicistica che va presa per quel che è. Si vuol dire che è importante l’accoglienza delle persone, la sua validità si ferma qui.

Ma i muri che vogliono farci abbattere, e che non si possono abbattere, sono quelli culturali, anche la vocazione al servizio è uno dei muri portanti del cattolicesimo (possiamo abbattere anche questo muro?). Chi li vuole abbattere sono proprio coloro che vogliono devastare la città, persone che vogliono rubare i beni e violentare le persone, e lo vogliono fare con il nostro permesso, perché così è più facile.

Certa cultura vuole uccidere le nostre idee e sostituirle con le proprie, cosicché possa uccidere i nostri bambini abbattendo il muro del no all’aborto, rubare i nostri beni promuovendo una politica sociale di stampo liberal-comunista (tutto deve essere di proprietà dello stato o delle grandi multinazionali, ti lasciamo il minimo per vivere così potrai credere che lo stato provvede a tutto, e dimenticarti di essere schiavo), rubare i figli degli altri (legalizzando l’utero in affitto), distruggere le nostre famiglie (ama il divorzio e propone l’ideologia gender), rubare le nostre vite e le nostre anime.

Ma la Chiesa non è nata per costruire o non costruire ponti o muri, questa non è una metafora usabile per la Chiesa (appena può andar bene –ma poco- per la politica), ma per proporre la propria dottrina, la salvezza che viene da Gesù. Siamo stati intrappolati da un pensiero altrui: noi non dobbiamo costruire nulla, dobbiamo proporre la salvezza. Se sarà accolta la pace entrerà, altrimenti scuotiamo la polvere dai nostri calzari e passiamo oltre, poiché il giudizio appartiene a Dio, ma non creiamo l’illusione che sia un giudizio benevolo per chi lo rifiuta, anzi dice Luca: “10 Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: 11 Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. 12 Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città” (Lc 10, 10-12). Con tanta buona pace per l’accoglienza, chi non accetta la misericordia otterrà la giustizia.

La strada giusta non è quella del dialogo a tutti i costi, ma quella della evangelizzazione. Una volta si coltivava la retorica, oggi la mediazione, ma la verità è o non è, non si trova per mediazione. La mediazione è una strada politica, utile forse ad evitare di passare alle armi, per trovare equilibri di potere, non salva l’anima.

Possiamo mediare per la divisione di un territorio, ma non sull’esistenza dei novissimi.

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