Eros e thanathos, Amore e peccato.

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Di Malerba Daniele

” ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide suo servo come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano.”

Dal Cantico di Zaccaria (Lc 1,69-71).

Una delle cose più intriganti, per un cattolico che si interessa di psicologia, è quella di trovare parallelismi tra concetti psicologici e concetti spirituali. Soprattutto se tali parallelismi riguardano la regina per eccellenza della psicoterapia: la psicoanalisi.

Freud distingueva tra eros e thanathos.

Eros è pulsione di vita, colei che spinge perché le cose crescano, si sviluppino e stiano bene, diano frutto e futuro. Sigmund, da buon medico biologista, la legò all’unica pulsione biologica possibile che spingeva alla vita: quella della procreazione e cioè alla pulsione sessuale, nel senso positivo del termine non nel senso strettamente erotico. Pulsione che spinge all’affetto e alla relazione e che per essere sana doveva subire una adeguata sublimazione, cioè trasformata in qualcosa di accettabile socialmente. Sublimazione che la figlia Anna inserì tra i meccanismi di difesa, ma a mio avviso non lo era affatto, piuttosto deve essere visto come meccanismo utile alla gestione adeguata una spinta, una forza, monodirezionale e pulsionale, senza altre possibilità, in sé, se non quella dello scarico energetico. Come l’esplosione di un motore a scoppio, energia che se non incanalata in un ingranaggio finisce con una scarica fine a se stessa. L’esplosione della benzina, per avere senso, deve essere legata ad ingranaggi. Così la sublimazione è l’ingranaggio che, nell’uomo, è finalizzato ad orientare la pulsione di vita ad una relazione affettiva e costruttiva.

Tuttavia restava in Freud la domanda su come mai questo percorso fosse così difficile, potesse diventare patologico, e sul perché della “coazione a ripetere”, cioè sul perché sintomatologie autodistruttive si esprimessero, e continuassero a farlo nonostante facessero il male dei pazienti, e nonostante il fatto che questi se ne rendessero perfettamente conto. La sublimazione non era sufficiente, zoppicava.

Freud intuì, allora, che doveva esserci una forza contraria alla vita, una forza di morte che ostacolava lo sviluppo sano. La chiamò thanathos, cioè pulsione di morte. E intuì, altresì, che vi fosse una lotta tra queste due pulsioni, opposte e contemporaneamente fuse insieme in vario modo, che determinavano l’espressione sintomatologica e comportamentale.

Quasi le vedeva queste pulsioni, mescolarsi e lottare tra loro in modo indistinto e fuso. Le vedeva contorcersi attraverso l’analisi del sintomo per eccellenza: la parola che dava vita al pensiero più libero possibile.

Credo che ad un certo punto Freud vide qualcosa, capì qualcosa del peccato e della morte, traducendolo nel suo linguaggio, interpretandolo con gli strumenti che aveva a disposizione.

Così la storia di psiche ed eros in cui una storia perfetta è messa in crisi dall’invidia delle sorelle, dalla paura e dalla curiosità, la storia tra l’Amore e l’uomo è messa in crisi dall’invidia del demonio.

Anche nel cattolicesimo le parole si agitano, cercano un controllo, esprimono, prima dell’atto, l’espressione della loro profonda contradittorietà: vita e morte, amore e odio, sofferenza e gioia.

Ma l’atto terapeutico mistico è la confessione del peccato di morte che aleggia sulla vita, rimandato non ad una autoguarigione ma ad una progressiva liberazione dalla morte che passa attraverso il percorso spirituale. Il percorso della liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana, guidato da Mosè attraverso il deserto, è il rappresentante di tutti percorsi di liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte, e anche dalle sue pulsioni inconscie.

Attraverso la morte di Gesù ci si libera dal peccato, ci si libera da ciò che nell’uomo è pulsione di morte, istinto di autodistruzione. Si cura la schiavitù della violenza attraverso la violenza della morte.

Non è liberazione sociale quella che qui è predicata, ma individuale, personale, unica. Ognuno ha la sua spinta all’autodistruzione, la sua base di malattia psichica sopra ma spirituale sotto. E non è guarigione che si limita al piano sintomatologico e immanente.

Guarisce la psiche, guarisce l’anima, guarisce le relazioni, qui inizia e nell’aldilà finisce, per una guarigione eterna.

Il problema è che ciò che spinge alla morte e ciò che spinge alla vita sono talmente mescolati insieme che risultano spesso indistinguibili: ciò che è amore sembra odio e ciò che è odio pare amore, ciò che è vita sembra morte e ciò che è morte pare vita.

Per questo l’uomo finisce con il cedere il passo all’autodistruzione. L’istinto di morte per prevalere deve creare confusione, essere irriconoscibile, imbellettarsi e profumarsi, mangiando di ciò che è buono poiché di suo non ha nulla, trastullarsi nell’inganno. L’uomo da solo non può uscirne, non può ritrovare pace e se stesso.

Se non lavoriamo in questa prospettiva, che ce ne facciamo?

Se ne facciano una ragione gli psicoterapeuti.

 

 

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