Criticabilità

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Di Daniele Malerba

 

«I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni,

perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.

A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?»

Sap. 9, 13

La scienza è una filosofia. È una riflessione sulle cose, sul loro funzionamento, sul rapporto tra di esse. Consiste, il più possibile, nell’analisi di dati di realtà, cerca di indagarli, capirli. È pur vero che il percorso scientifico è spesso tutt’altro che lineare, semplice e limpido. Talvolta intorbidito da pressioni ideologiche e politiche, da credenze popolari, da convinzioni sociali. Tuttavia nella sua essenza genuina è una presa d’atto della realtà. Per questo non è soggetta alla morale e all’etica.

Viceversa la tecnica, che consiste nell’uso finalizzato delle cose, deve tenere conto di aspetti morali ed etici

Chi è cattolico accetta le conoscenze spirituali e le indicazioni etiche della Chiesa Cattolica, può sempre discuterle, criticarle, approfondirle, ma deve alla fine soggiacerne. Altrimenti vuol dire che decide che non sono valide e, legittimamente, sceglie di credere ad altro.

Per inciso sono infastidito da chi pretende di dire alla Chiesa come deve pensare, ma anche da quelli esponenti della Chiesa che si lasciano invadere e sposano idee di altri, talvolta anticristiane, spesso senza neppure accorgersene (e Dio non voglia che siano in malafede).

La Chiesa Cattolica dà indicazioni sulle cose spirituali, sul comportamento da tenere verso tali cose e sulle conseguenze etiche e morali che derivano dai propri comportamenti, per questo entra nelle discussioni etiche a pieno diritto. Ma non dà indicazioni su cosa deve pensare la scienza. In genere considera la scienza come indagine sulla verità delle cose naturali e come tale la considera ricerca sulle opere che Dio ha fatto. Non ha motivo per contestarne i risultati.

Vero è che a volte lo scienziato cattolico potrebbe avere una modalità confermativa nella propria opera, cioè può tendere a confermare le proprie ipotesi sulla scienza, ma questo succede anche a qualsiasi altro ricercatore (il problema popperiano della falsificazione delle ipotesi non si applica solo ai cattolici), è inerente alla normale evoluzione epistemologica, e non è difficile trovare prove della tendenza confermativa nei ricercatori scientifici di ogni tempo e di ogni ideologia.

Che un substrato ideologico porti a strumentalizzare e orientare la ricerca scientifica è uno dei più grossi problemi che abbiamo. Accanto a questo, oggi, c’è anche la tendenza alla personificazione della discussione e spesso alla sua ideologizzazione.

Quando si fa una critica ad una idea o ad una posizione politica o ideologica, si critica l’idea, non la persona che l’ha esposta, non è accettabile discriminare una persona per le sue idee o per le sue proposte scientifiche. Semmai si controargomenta, si approfondisce la ricerca.

Tuttavia si può discriminare una persona per il suo comportamento tecnico. Un chirurgo può usare un bisturi per curare, ma anche per torturare, nel secondo caso è giusto discriminarlo e fermarlo se si può. Ma bisogna sapere che cosa sta facendo (cioè bisogna fare un giusto processo).

Il comportamento fa parte della parte tecnica di una cosa, cioè dell’uso di elementi di realtà (compreso sé stesso) per raggiungere uno scopo, in tal senso è soggetto a critica morale.

Oggi una delle maggiori questioni sottoposte a pressione ideologica è quella della sessualità: definire un certo comportamento patologico o meno è questione scientifica (a parer mio non ancora risolta in molte aree della psicologia), utilizzare questa scelta per discriminare qualcuno è invece questione tecnica. Tuttavia la politicizzazione della sessualità che deriva direttamente dal ’68, a mio avviso, ha interferito pesantemente con la ricerca scientifica in questo campo.

In particolare lo studio sulla presenza di un disagio dovuto ad una certo comportamento sessuale ha subito una battuta d’arresto legata all’obiettivo della “non discriminazione” e della “libertà dell’esercizio della propria sessualità”. Come se il problema fondamentale di una persona che manifesta disagio nella gestione della propria sessualità fosse il fatto che non debba essere discriminato e l’unica soluzione che debba poter fare della sua sessualità come meglio crede (il che si traduce nel lasciarsi schiavizzare dalle proprie pulsioni). Ma se fosse così libero perché manifesterebbe un disagio? E non vi pare che queste due direttrici siano un po’ ipersemplificate? Se una persona manifesta un disagio non va piuttosto aiutata?

L’espressione della sessualità, evidentemente, non è considerata un sintomo come tutti gli altri (sintomo nel senso di manifestazione esteriore di qualcosa di interiore, elemento simbolico che rimanda ad altro). Ma non vi sembra che considerarlo un sintomo diverso da tutti gli altri faccia ricadere la cosa in un alveo moralistico? Che così facendo proprio quella morale da cui ci si voleva ribellare a tutti i costi diviene ora guida per la valutazione del sintomo, facendolo uscire dalla osservazione scientifica?

Piuttosto non ha senso qui riproporre il problema di come, sul piano psicologico, sia difficile capire cosa sia patologia o meno? infatti non può essere definita una persona malata (nel senso generico di portatrice di una difficoltà nella sua vita) sulla base di standard statistici di normalità, o basandosi sul fatto che una situazione possa cambiare o meno o, ancora, se sia esistente o no un determinato fatto nella natura. Per questo la patologia è definita da una serie di sintomi che indicano la presenza di un disagio, soggettivo ma reale, della persona, o di una sua difficoltà a relazionarsi adeguatamente con gli altri.

Questo indipendentemente dal fatto che quel disagio sia inscritto in un manuale psicopatologico o meno.

A questi elementi di definizione di una patologia aggiungerei anche l’incapacità di raggiungere risultati fisiologicamente adeguati per la persona ad una certa età. Se una persona adulta ha problemi alle gambe, e per questo non può camminare, è menomato in questa sua funzione, e anche non si sapesse la causa che gli impedisce di camminare si può desumere l’esistenza della sua malattia dal fatto che ha questa menomazione.

Ma temo che, nel campo della sessualità, soprattutto in quello della omosessualità, di questo non si possa più discutere serenamente, perché si rischia di essere bollati come discriminatori e moralisti. Per cui l’omosessuale non può più esprimere e riflettere sul suo disagio, a meno che non ne dia la colpa alla società “moralistica”. Il moralismo è una malattia sociale, ma potrebbe essere che il moralista maggiore sia proprio colui che fa esattamente il contrario di quel che prescrive la morale, che esprime una ribellione indomabile, incapace di trovare un proprio sereno equilibrio e, talvolta, per questo rifiuti i limiti che la stessa realtà impone.

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