Crisi della coppia – separazione e divorzio.

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di Gilberto Gobbi

Risultati immagini per CRISI DELLA COPPIA - SEPARAZIONE E DIVORZIOAnche gli adulti sbagliano – Il figlio fa fatica a capire che anche gli adulti – le sue figure primarie – sbagliano, hanno un comportamento disfunzionale tra loro e non si vogliono più bene.
Lo vede, lo percepisce, lo sente, malgrado che gli adulti alcune volte facciano finta o vogliono far apparire ai figli e al mondo circostante che le “cose” tra di loro funzionano ancora. Atti, atteggiamenti, comportamenti, frasi, arrabbiature, silenzi, musi, assenze prolungate, ritardi sempre più frequenti testimoniano la disfunzione della loro relazione e creano allarme nel figlio.
Un giorno il figlio – piccolo o adolescente – si sente dire che papà e mamma non si amano più e che pensano di separarsi. Lui lo sa già da tempo; ha pure tentato di sollecitarli all’accordo, di dir loro che lui li ama, di essere più obbediente, anche di diventare taciturno oppure instabile, d’attirare l’attenzione, di stare persino male, caricando su di sé la disfunzione coniugale come membro designato. Spesso i comportamenti disadattati dei figli e i loro malesseri psicosomatici sono il sintomo di problemi del clima familiare disfunzionale.
Qualche volta, dopo un periodo di instabilità, di conflitti coniugali e di sofferenza collettiva, di fronte all’indecisione dei grandi sono gli stessi figli a dire: “Ma quand’è che vi separate e ci lasciate in pace con i vostri conflitti?”
Di fronte alla scelta della separazione, alcuni genitori si pongono il problema di quando attuarla, rinviandola per scrupolo verso i figli, attendendo che essi “siano diventati grandi” e possano capire.

 

Ma quand’è che il figlio diventa grande? A ragion di logica, secondo le fasi della vita, l’individuo diventa grande quando esercita una propria professione, si sgancia dalla casa paterna e dal sostentamento parentale, e struttura una coppia stabile, con o senza la formazione di una propria famiglia. Si ritiene che abbia già costruito una rete sociale e dei legami affettivi stabili, che gli permettano di saper sopportare ed elaborare il lutto di uno dei due genitori.
Potrebbe essere un’illusione il pensare che l’adolescente sia abbastanza “adulto” da saper sopportare la separazione dei genitori. Vi possono essere in futuro delle sorprese, con depressioni, disperazione e difficoltà di adattamento alla realtà. Se si tiene conto delle diverse sfaccettature della crisi puberale, sono vari i fattori che possono interferire durante la fase di crisi adolescenziale e che vanno a complicare lo sfaldamento del nucleo familiare. La perdita del padre può divenire una catastrofe, con conseguenze, a volte sotterranee, ma reali, circa il futuro della vita dell’adolescente.
Onestamente è difficile saper stabilire l’età “giusta” del figlio per la separazione coniugale. L’analisi del clima psicoaffettivo che è vissuto nel nucleo familiare, la relazione tra i due e le reazioni del figlio, possono essere considerati dei parametri per capire la situazione e decidere il da farsi.

 

La separazione La decisione di separarsi è sempre un evento interno ed esterno all’individuo e coinvolge livelli di conflitto sia intrapsichici che interpersonali.
E’ un evento interno ed intrapsichico, perché il soggetto si trova di fronte alla rottura di una realtà, in cui erano stati investiti attese, ideali, affetti, valori. Il vissuto di fallimento accompagna la decisione, prima, durante e dopo la separazione, di chi decide e di chi la subisce. L’onestà con se stessi dovrebbe ammettere il fallimento di un ideale di vita coniugale.
La separazione è anche un evento esterno, perché coinvolge le persone e le famiglie d’origine e l’apertura ad una nuova eventuale relazione.
E’ interpersonale, perché oltre al coniuge sono coinvolti i figli con le loro risonanze emotive e differenti reazioni, i membri della famiglia allargata, talvolta gli amici e altre persone che hanno legami con loro.
All’interno di situazioni familiari disfunzionali i sentimenti si evolvono molto lentamente e spesso gli ex-coniugi e i figli vivono con immutata intensità sentimenti conflittuali, che si trascinano negli anni. Abbandonare o essere abbandonati sono due esperienze di¬verse.
Il consiglio che viene dato a chi si separa è quello di farsi aiutare da persone professionalmente preparate. Ciò potrà permettere di chiarire la situazione, di decidere con maggiore serietà e serenità, di arrivare anche finalmente a comunicare. Alcune volte i coniugi possono anche ritrovarsi e riprendere il cammino di coppia, tra difficoltà, ma con slancio e recuperare quello che pensavano di aver perduto lungo il cammino.
Occorre il coraggio di mettersi in discussione per saper cogliere il bene esistente, che va rinvigorito attraverso la capacità di sapere ancora prendersi per mano. Più di una volta mi è successo di seguire coppie in fase di separazione, la cui caratteristica coniugale era l’incapacità di comunicare. Di seduta in seduta avevano imparato ad ascoltare l’altro/a con le sue emozioni e sentimenti. Più di una volta al termine del percorso d’aiuto si sono detti: “Peccato, proprio ora che stiamo comunicando e ci capiamo, ci separiamo”. Ciò diveniva la premessa per un equilibrato affido congiunto dei figli.
In lunghi anni di lavoro mi sono convinto che parecchie coppie risolverebbero i loro problemi se avessero il coraggio di affrontare fin dall’inizio un percorso di aiuto, senza aspettare che la situazione disfunzionale si consolidi.

 

Mi sembra che questa generazione si demoralizzi e abbandoni troppo facilmente la ricerca di un nuovo adattamento di fronte alle prime difficoltà di coppia. L’immagine che mi viene è la seguente: ciascuno dei due è fermo alla parte opposta di un ponte. Ognuno attende che sia l’altro a muoversi e ad andargli incontro, ma non si muove. Occorre, invece, che ognuno abbia il coraggio e la forza d’incamminarsi verso l’altro, altrimenti, con il tempo, si ritrovano a voltarsi le spalle, incamminati verso orizzonti diversi.
Ancora un appunto sulla separazione. L’esperienza mi conferma nella convinzione che oggi le donne quando hanno preso la decisione siano molto risolute e non si smuovano. Di fronte a una situazione disfunzionale attribuibile al marito, hanno pazienza e sopportano in attesa di cambiamenti, ma, una volta decisa la separazione, sono irremovibili. Gli uomini sono più possibilisti e forse un po’ ingenui e spesso si illudono di poter rientrare nella coppia, secondo la loro convenienza, a meno che non vi sia un’altra relazione soddisfacente in atto.

 

ATTEGGIAMENTI DI FRONTE ALLA SEPARAZIONE E AL DIVORZIO

 

Di fronte alla separazione e al divorzio gli orientamenti pos­sono essere differenti, non solo da parte dei protagonisti, ma anche degli stessi operatori, che sono chiamati a dare il loro contri­buto professionale, come psicologi, mediatori fami­liari, avvocati, ope­ratori dei consultori, ecc.

Gli orientamenti degli operatori si possono raggruppare in due tipi, cia­scuno dei quali presuppone un atteggiamento culturale e ide­ologico nell’affrontare la crisi di coppia, la separazione e il di­vorzio. E’ come se ci fossero due percorsi:

1) controllo/adattamento;

2) responsabilità/appartenenza.

 

 1) Controllo/adattamento – L’orientamento, fondato sul controllo/adattamento, af­fronta la crisi di coppia, la separazione e il divorzio, tenendo fondamental­mente conto del singolo e dei suoi bisogni e lasciando al margine le problematiche delle altre persone coin­volte nella decisione.

Innanzitutto, in tale prospettiva, la separazione e il divorzio sono considerati un fatto “normale” e non un’anomalia, che si inserisce nella dinamica di coppia e familiare, da affrontare per una risolu­zione positiva della crisi. Può essere considerata “positiva” quella soluzione che av­vantaggia il richiedente.

Si affronta il problema cercando di trovare una serie di strate­gie cognitive, che, nel mentre tengono a bada gli aspetti irrazionali della situazione, allo stesso tempo suggeriscano com­portamenti idonei per contenere il conflitto e facilitare il nuovo adattamento so­ciale.

Nella ristrutturazione della mappa cognitiva e della revi­sione dei valori guida, questa visione mira al raggiungimento di una normalizzazione del fenomeno della separazione e quindi al rista­bilimento di una normale e soddisfacente vita af­fettiva e sessuale dell’individuo. L’obiettivo da perseguire nella consulenza è facili­tare l’individuazione, l’autonomia e l’espansione dell’Io della per­sona interessata.

2) Responsabilità/appartenenza – Questo secondo orientamento è un percorso d’aiuto, diretto all’assunzione della responsabilità personale e all’approfondimento dell’appartenenza al corpo familiare.

Il lavoro si incentra sulla “crisi del gruppo familiare”, af­fin­ché, se separazione ha da esserci, vi sia una condivisione delle re­spon­sabilità reciproche e nei confronti dei figli.

Ciò comporta un riconoscimento dei sentimenti di falli­mento e di disistima di sé, che si concretizzano con il distacco dalla comu­nione di coppia. Ognuno si proietta al recupero della propria storia familiare e, attraverso un lavoro in questa direzione, avrà la capa­cità di assumersi la responsabilità verso i figli e manterrà quella continuità genitoriale, che tutti auspi­cano.

Il lavoro di consulenza psicologica diviene una chimera, se l’obiettivo da raggiungere è solo il perseguimento dell’autonomia personale e dell’indipendenza da ogni legame. Si lavorerebbe solo sul sintomo – la separazione coniugale – senza, però, coglierne il significato nella storia personale e fa­miliare e nelle sue rappresen­tazioni soggettive e oggettive. Alla prassi di aiuto compete far emergere i due versanti della situazione:

  1. a) aiutare ad individuare la nuova identità personale, dopo la sepa­razione, e quella dei vari membri coinvolti;
  2. b) far emergere la sofferenza per il legame, che si sta spez­zando, permettendo così il mantenimento del senso di re­sponsabilità e di appartenenza.

La Dolto così sintetizzava la consulenza d’aiuto: “Il lavoro da fare sia con gli adulti che con i bambini coinvolti nel dramma della fine di un matrimonio, è quello di connettere, di rendere possibile il senso di quanto accade. Questo rende umana la vita e la libera dall’animalesco dove sono agiti solo gli umori”.

La consulenza dovrebbe essere un mezzo per ridurre l’irrazionalità delle parti e conseguire i seguenti obiettivi:

– impedire le discriminazioni personali;

– focalizzare l’attenzione sui problemi reali, esplorando solu­zioni alternative;

– rendere possibile alle parti di fare o ritirare concessioni senza perdere la faccia o il rispetto;

– aumentare la comunicazione costruttiva tra le parti;

– ricordare alle parti il costo psicologico personale, della cop­pia e dei figli;

– fornire un modello di competenza, di integrità e imparzialità pro­fessionali.

Tale percorso permette ai coniugi di chiedere e di poter avere l’affidamento congiunto dei figli, la cui attuazione nel tempo di­viene un’utopia, an­che se voluta e sancita dalla sen­tenza del giu­dice.

 

Vi sono, però, delle situazioni, che sono notevolmente con­troindicate per il lavoro di consulenza e di mediazione con la cop­pia:

1) quando un partner si sente gravemente perseguitato dall’altro e quindi si protegge, presentando una volumi­nosa documenta­zione, che indica con chiarezza l’indisponibilità e determina­zione di volergliela “far pa­gare”;

2) la situazione, in cui uno dei due è fortemente depresso, a pre­scindere dalla separazione, o si sente estremamente svaloriz­zante nei confronti dell’ex-coniuge;

3) quando il mediatore si rende conto che difficilmente vi sarà spa­zio per una negoziazione, perché vi è una tendenza all’atto (combinare qualcosa) da parte di uno dei due.

 

APPROCCIO EVOLUTIVO ALLA SEPARAZIONE – La fase della separazione, con le sue implicazioni psicoaf­fet­tive e materiali, può esser analizzata attraverso i processi emozio­nali, che avvengono nei tre stadi: a) pre-separazione; b) durante la separazione; c) post-separazione.

 

  1. a) Pre-separazione – Il matrimonio, per la stragrande maggioranza delle per­sone, è un investimento affettivo, emotivo e valoriale.

L’allontanamento affettivo dal coniuge, che ha molteplici cause esplicite e implicite, sta alla base della decisione della sepa­razione. I sentimenti più diffusi di chi desidera separarsi sono: di­sillusione rispetto all’unione coniu­gale, disaf­fezione dalla persona, senso di alienazione, ansietà dif­fusa e anche in­credulità di provare questi sentimenti.

Nell’altro coniuge, che non s’aspetta questa situazione, vi può essere: disperazione, rabbia, angoscia, ambivalenza, senso di vuoto, di inadeguatezza, perdita della stima di sé, paura dell’avvenire, ecc. La perdita del legame coniugale induce un pro­cesso di lutto nella persona lasciata e in chi lascia, che da Bowlby viene definito: “Il lutto è l’avvio di processi psico­lo­gici consci e inconsci scatenati dalla perdita”.

 

  1. b) Durante la separazione –E’ una fase, in cui vi è una serie di aspetti da atti­vare: la con­sultazione di un avvocato o di un mediatore, la con­tratta­zione eco­nomica, la valutazione delle soluzioni possibili per la custodia e l’affido dei figli.

I sentimenti dominanti di chi chiede la separazione sono: desiderio di una separazione ra­pida e che tutto finisca in fretta, allo stesso tempo solitudine, sollievo, possibili desideri di ven­detta.

Mentre nel partner vi possono essere altrettanti sentimenti contrastanti, come: depressione, distacco, rabbia, disperazione, autocommisera­zione, bisogno di aiuto, confusione, furore, tri­stezza, misti a prote­ste, minacce e, in certi casi, tentativi di sui­ci­dio.

Spesso l’attenzione ai figli è l’ultima cosa. Questo, invece, potrebbe essere un periodo di riflessione e di bilancio sul modo di essere stati coniugi e di essere genitori. Po­trebbero anche sorgere degli interrogativi sulla propria ca­pacità di mantenere un legame durevole di coppia. La com­prensione delle diffi­coltà con il partner da cui si sta dividendo e la loro risoluzione permettono di non ripetere gli stessi errori in un’altra relazione. Succede in consulenza e in te­rapia di trovarsi a seguire persone, che ripropongono le stesse dif­ficoltà irrisolte, avute nella coppia precedente e che sono state la causa delle disfunzioni con la con­seguente rottura.

In questa fase anche la funzione del ruolo paterno si pre­senta come uno degli aspetti più trascurati, perché l’orientamento della se­parazione è stato quello del controllo della situazione e di trovare dei compromessi minimi di adat­tamento.

  1. c) Post-separazione – E’ un periodo, in cui dovrebbe avvenire l’esplorazione dei sentimenti e un loro riequilibrio, caratterizzato da indecisione, ot­timismo, ras­segnazione, eccitazione, curiosità, rimpianto, tri­stezza, problemi di solitudine.

Le azioni ricorrenti della post-separazione sono: ricerca di nuovi amici e spesso l’inizio di nuove attività, ricerca di una sta­bilizzazione, di un nuovo stile di vita per i figli e di nuovi inte­ressi.

E’ la fase in cui dovrebbe avvenire, con l’equilibrio del senso di appartenenza, anche la soluzione della separazione psicologica, che non comporta il taglio con il passato, ma un suo reale ridimen­sionamento, che porti a cogliere alcuni aspetti positivi di esso, per convivere con la propria storia.

Ciò permette un rapporto più equilibrato con i figli. che ve­dono ciascun genitore separato affrontare le varie difficoltà e tro­vare un nuovo equilibrio nella vita.

 

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