Famiglia

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Le parole servono a definire degli elementi di realtà, degli oggetti che corrispondono a un prototipo condiviso da tutti. La parola sedia indica un rialzo su cui sedersi costituito da quattro gambe, un piano e uno schienale con o senza appoggi per le braccia; se non ha lo schienale è uno sgabello, se è molto imbottita in tutte le sue parti e con braccioli imbottiti si tratta di poltrona, ogni allontanamento dal prototipo richiede una diversa definizione aggettivante (per esempio sedia “a dondolo”) o un altro nome, ma trattasi di oggetto diverso. Se manca di elementi essenziali, come lo schienale o le gambe o il piano di appoggio del fondoschiena si tratta di altro oggetto.

Le parole servono per permettere alle persone di comunicare tra loro e per questo devono riferirsi a precisi elementi.

Gli uomini hanno chiamato l’unione, più o meno stabile, di uomo e donna con figli, famiglia. Se è senza figli non è famiglia, è una coppia. Tanto è che l’impotenza e la sterilità possono essere causa di nullità matrimoniale[1], proprio per l’impossibilità di avere figli. Una coppia sposata, civilmente o con rito religioso, resta famiglia per il diritto italiano e per la Chiesa perché si è sposata, cioè perché indicazioni culturali e poi legali hanno affrontato questa questione che lasciava perplessità (un po’ come la sedia a dondolo) e andava aggettivata, si è così definito che, se l’incapacità di avere figli e avere rapporti sessuali era dovuto ad una patologia, ma la coppia era unita da vincolo che ordinariamente, cioè senza patologie, avrebbe dovuto dar luogo a figli, poteva essere definita famiglia comunque.

L’aspetto culturale e tradizionale è come l’elemento naturale “famiglia” si esprime nella cultura, per esempio può richiedere o meno la cerimonia del matrimonio e vincoli legali. Tuttavia la maggior parte delle culture prevede forme di celebrazione dell’unione della coppia. Vi sono differenze tradizionali, la possibilità o meno di divorzio, la monogamia o la poligamia, ruoli e funzioni della donna possono variare in diversi modi nelle diverse culture e forse anche di altri elementi secondari. Ma resta sempre l’elemento fondamentale: si definisce l’unione di uomo e donna e relativi figli con il termine “famiglia”.

Tale termine è in uso perché definisce un elemento che si costituisce normalmente nella natura; naturale e imprescindibile che i bambini nascano dal grembo delle donne a causa di un rapporto sessuale in cui ricevono il seme di un uomo. Se si cambiano questi elementi si parla di altri tipi di relazione.

Non vedo cosa ci sia di male nelle tradizioni, ci sono ottime tradizioni, come quelle che chiedono il rispetto delle donne e la protezione delle donne incinte. E ci sono tradizioni che io considero discutibili come quelle del burka e della poligamia, altre inaccettabili come quella della mutilazione femminile.

Ovviamente non può esser considerato uno stereotipo che la famiglia sia costituita così: è l’evoluzione naturale delle cose. Così non è uno stereotipo il fatto che la struttura fisica della donna sia mediamente muscolarmente più gracile dell’uomo, che il corpo della donna permetta di portare in grembo un bambino, produrre latte materno per l’allattamento, che la sua struttura psichica sia più legata a certe mansioni, tipicamente legate alla cura dei figli che ad altre, appunto perché è naturalmente predisposta a questa funzione (che è fondamentale e bellissima tra l’altro).

In una discussione una mia nipote mi faceva notare che la famiglia “naturale” non esiste, concordo, con il termine famiglia si deve e si può designare solo un tipo di unione: quella di un uomo e una donna che stanno insieme e fanno figli e poi si definiscono “padre” e “madre” e che derivano dalla struttura biologica dell’uomo e della donna, in questo senso la famiglia, quella reale, è del tutto uno sviluppo naturale, uno sviluppa naturale della sessualità. Tutte le specie animali sessuate formano famiglia, nel senso di formare rapporti maschio – femmine per figliare e, nella stragrande maggioranza degli animali più complessi ed evoluti geneticamente, anche per allevare la prole fino ad un certo punto del loro sviluppo (appunto per formare una famiglia, non saprei come altro chiamare questo tipo di unione), quindi la natura prevede obbligatoriamente la famiglia per lo sviluppo generazionale delle specie sessuate.

Tutti gli altri tipi di unione non sono famiglia, sono altro, possono essere moralmente accettabili o meno, culturalmente e tradizionalmente esclusi o no, sono però altro.

Anche il termine famiglia “tradizionale” non è corretto a mio avviso, la famiglia è quella e una sola, la tradizione riguarda la forma culturale che prende, per esempio fondata su una cerimonia religiosa o civile o meno, monogamica o no, come dicevo più sopra.

Una comunità religiosa per esempio non è una famiglia, si tratta di una fraternità.

Pensare che esista una famiglia che non sia “uomo + donna = figli” è uno stereotipo di certi gruppi culturali, peraltro antiscientifico e confusivo. Ed è come tutti gli stereotipi una cosa che va combattuta.

Anche se oggi si fanno passare come dati scientifici confuse idee stereotipate (forse per giustificare propri comportamenti? Segno che non vi è neppure un minimo dell’accettazione di sé che si vorrebbe avere dagli altri. Se ci si accetta non si ha bisogno di cambiare nome alle cose, le si chiamano per quel che sono e le si accetta così).

Non è neppure questione di avere idee diverse, le idee diverse non possono riguardare la definizione linguistica delle cose. Non posso chiamare “mela” un’automobile, perché “ho il diritto alla mia idea”, perché finisci con il chiuderti dentro un linguaggio solipsistico, autistico, che non ti permette di stare con gli altri. Oppure crei un nuovo linguaggio, cioè un altro popolo che chiama le cose in modo diverso. E tuttavia la mela continuerà a restare mela e l’automobile automobile. Mangiare un’automobile e viaggiare con una mela e metterci la benzina dentro la vedo dura.

[1] Can. 1084 del Codice di Diritto Canonico, ove leggiamo: “L’impotenza a compiere l’atto sessuale antecedente e permanente, sia da parte dell’uomo che da parte della donna, sia assoluta sia relativa, per sua stessa natura dirime il matrimonio … La sterilità non proibisce né dirime il matrimonio, fermo restando il disposto dell’ can. 1098“, in cui è disposto che: “chi contrae matrimonio, ingannato con dolo provocato per ottenerne il consenso e riguardante una qualità dell’altro contraente, che per sua natura può gravemente perturbare la comunanza della vita coniugale, contrae invalidamente“.

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