Omosessualità tra etica, politica e psicologia.

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Il fatto di essere omosessuale non costituisce peccato e non fa finire all’inferno. Il cattolicesimo distingue in modo chiaro la tendenza omosessuale, o una qualsiasi altra tendenza, dal fatto di compiere un atto omosessuale, o una qualsiasi altro atto.

Dico questo perché oggi il dibattito scientifico sull’omosessualità è bombardato da spinte ideologiche di tutti i tipi ed è abbondantemente uscito da una riflessione appassionata di diverse posizioni, fondate su legittime osservazioni, per divenire una questione politica. Ma la politica e la ideologia distruggono la scienza. Va dunque distinta la posizione etica da quella dello studio del fenomeno.

La posizione etica.

Va chiarita la posizione etica di riferimento, che non può essere neutrale sull’indirizzo del comportamento personale, e che è da distinguere da una visione scientifica che non definisce ciò che è giusto o sbagliato ma si limita a ricercare e, se riesce, individuare quali siano i meccanismi e le conseguenze di una determinata serie di eventi, e da quella tecnica che definisce le operazioni che si possono fare su tali eventi e loro possibili conseguenze.

La posizione etica presuppone la libertà della scelta sugli atti compiuti, se tale libertà non esiste siamo di fronte ad una schiavitù che però non giustifica l’atto come più etico, piuttosto ne mitiga la colpa, ma potrebbe porre anche un problema di ordine prettamente psicopatologico. Se una persona è cleptomane il problema non è se il furto sia reato o moralmente lecito o no, ma che questa persona, pur sapendo dell’errore commesso, non riesce a scegliere altrimenti, e questo però deve essere considerata una patologia. Naturalmente questo vale anche per tutti gli altri atti, inclusi quelli sessuali, a prescindere dalle tendenze di chi li ha o dalle loro idee.

Tale libertà di scelta permette, naturalmente, e definisce il diritto della persona con tendenze omosessuali, di scegliere di affrontare il tema accettando la morale cattolica, oppure percorrendo altre strade.

Se non vi è questa libertà il tema cambia.

La vocazione cristiana punta alla castità per tutti in una delle sue tre forme[1], nessuno escluso. Per questo l’accusa di esclusione verso l’omosessuale che si fa alla chiesa è insensata, anzi, li tratta esattamente come gli altri, con le stesse possibilità e le stesse prerogative.

Per molte persone non è facile accettare l’indicazione alla castità e restarle fedele, tuttavia questo è il percorso che la Chiesa Cattolica indica, ed è raggiungibile anche se a volte si può sbagliare. Purché, naturalmente lo si voglia e lo si scelga, e dove non arriva l’uomo entra la grazia, ma per arrivare là dove indica la morale cattolica, non per giustificare l’atto.

Una cosa, infatti, è sbagliare e accettare che l’errore sia tale, cercando un qualche rimedio, altro invece è pretendere che il proprio errore sia la strada giusta e chiedere che gli altri sbaglino con te.

Sono offese alla castità la lussuria (CCC 2351), la masturbazione (CCC 2352), la fornicazione (CCC 2353), la pornografia (CCC 2354), la prostituzione (CCC 2355), lo stupro (CCC 2356).

E naturalmente anche l’atto omosessuale. Sebbene il catechismo spieghi che “la genesi psichica” dell’omosessualità “rimane in gran parte inspiegabile”, precisa anche che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” e aggiunge “sono contrari alla legge naturale”, “precludono all’atto sessuale il dono della vita”, “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale” e  “in nessun caso possono essere approvati” (CCC 2357).

Non credo sia possibile alcun fraintendimento. Questo implica che la Chiesa considera che una persona con tendenze omosessuale può e deve orientarsi alla castità. Anche se, evidentemente, ne riconosce la difficoltà e raccomanda che queste persone siano “…. accolte con rispetto, compassione, delicatezza” evitando “ogni marchio di ingiusta discriminazione” (CCC 2358 – 2359).

Non vedo in questo nessun atteggiamento “omofobico” sia se questo termine sia interpretato come odio verso gli omosessuali che come paura di essi (“fobia”).

Anzi mi pare amorevole premura, pur nella chiarezza delle indicazioni. E non esiste alcun obbligo ovviamente.

Da questo punto di vista la Chiesa non chiede di modificare l’orientamento profondo, più semplicemente chiede di gestirlo secondo alcuni valori e obiettivi e di controllare l’atto, cioè il proprio comportamento. Ed è esattamente ciò che chiede a tutti.

Ora la scelta di accettare queste indicazioni della Chiesa, e indirizzarsi o meno per questa strada è una scelta etica, non psicologica, che le persone sono libere di assumere oppure no. Ovviamente questo implica accettare se essere cattolici o meno, non si può dire di essere cattolici e poi pretendere che sia il cattolicesimo a pensarla come noi. Queste sono le due scelte possibili a titolo di orientamento, tertium non datur: essere cattolici, con tutta la serie di impegni che questo comporta, oppure no, decidersi per la castità o fare altro; una volta fatta la scelta, su come restarne fedeli o rimediare ad errori è un problema tecnico, sul quale la psicologia può essere di qualche aiuto, ma sulla scelta o meno le decisioni non sono della psicologia o dello psicologo, sono personali.

Vale la pena riflettere sul perché la Chiesa si sia tanto presa la briga di precisare questa questione. La motivazione non è di ordine politico e neppure di etica naturale, quanto è squisitamente spirituale: coloro che si lasciano andare al disordine sessuale rischiano la perdita dell’anima. Così come perde l’anima comunque si ostina al male e non si pente. Io consiglio fortemente, e prescrivo, di regolarsi secondo le indicazioni della Chiesa, perché le conseguenze di altre strade sono spiritualmente terribili.

Ammonisce San Paolo (1 Corinzi 6,9-11): «9 Non sapete che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, 10 né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. 11 E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.»[2]

Di fronte a questo però si può sentire una sensazione di ribellione e un sentirsi costretti, perché vi è un intrinseco conflitto del nostro animo con la legge, dice sempre San Paolo (Rm 11, 32): «32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!».

Ma questo fa parte della lotta spirituale.

Il problema politico – sociale.

Possiamo avere la situazione di chi non accetta la morale cattolica e si vive psicologicamente bene la sua condizione e la sua pulsione e la esercita, costui non avrà problemi psichici particolari, nel senso di conflitti interni, possiamo ammonirlo per la sua scelta, forse perderà l’anima, ma psicologicamente può stare anche bene, non chiederà l’aiuto di nessuno e non è un problema psicologico per lui. Se però il suo comportamento può provocare danni sociali potrebbe restare il problema legale (per esempio se gestisce la sua pulsione sessuale andando a prostitute o prostituti), ma questo fa parte dell’ambito socio-politico che rimanda poi all’etica di una società. Per quanto riguarda il Cattolicesimo però è una persona esclusa dalla salvezza finché non si pente e cambia strada.

Ma di fronte alle spinte della sessualità possiamo avere situazioni più diversificate. Ci sono persone che vivono male la propria spinta pulsionale per motivi etici o sanitari (ad esempio hanno paura che questo li esponga troppo a malattie sessualmente trasmissibili), o la vivono male in sé sentendosi nella difficoltà di contenerla.

La gestione della contenzione della pulsione sessuale è normalmente condotta attraverso la sublimazione sociale, cioè attraverso la sua espressione in un contesto che la società accetti. Normalmente per la sessualità è il matrimonio, e questo è il motivo che ha spinto il mondo omosessuale a chiedere la stessa forma, o perlomeno una forma similare anche per le unioni omosessuali, cosicché abbiano uno spazio di legittimazione sociale di questo tipo di atti e, con esso, anche una migliore accoglienza.

Certamente questo poteva apparentemente portare ad una maggiore accettazione dell’omosessuale, ma il fatto che vi sia comunque una certa tolleranza dell’omosessuale nella nostra società (che per la verità, a parte qualche minoritario gruppo religioso, tende a non interessarsi troppo dei costumi sessuali individuali delle persone), il fatto che esistano omosessuali che non si vivono psicologicamente bene comunque, ma soprattutto il fatto che l’asticella delle richieste del mondo gay si sia alzata avanzando la richiesta di avere figli in adozione o attraverso l’utero in affitto, mi fa sospettare che non sia il problema sociale il vero problema, o perlomeno che questo ne sia solo una piccola parte, e che forse stanno proiettando su una società un problema individuale interno che non ha soluzione sociale.

Francamente ritengo che oggi si sia anche troppo tolleranti e pazienti, e vivo come inaccettabile la pretesa di allevare bambini o, ancor peggio, di averli tramite utero in affitto.

Anche questo fa parte comunque del dibattito etico del contesto socio-politico.

Vorrei notare che oggi si crede che la scelta della castità sia assurda e impossibile, impraticabile. È vero che oggi la pressione mediatica spinge fortemente ad un esercizio piuttosto libero della sessualità, promettendo in questo modo una libertà dalla tirannia morale della castità, ed una felicità legata a tale libertà; implicitamente dicendo che la castità sia, come detto, impossibile e fonte solo di tristezza.

Tuttavia c’è da chiedersi se sia veramente così. Se invece la castità non sia, piuttosto, una cosa abbastanza normale, fisiologica e frequente e che, generalmente, non implichi nessuna particolare fatica o tristezza. E che invece la fatica a mantenere la castità non sia che una forma di incapacità di controllo degli impulsi indotto da una forzata esposizione mediatica.

Forse non è un caso che san Paolo, nel versetto citato sopra, metta insieme alcune categorie di persone: fornicatori, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriachi, oltraggiatori, rapinatori.

Soprattutto mi colpisce il fatto che nella lista ci siano gli ubriachi, sembra che queste categorie di persone siano accomunate da un comportamento impulsivo e da una ricerca di soluzioni altrettanto impulsiva.

Non è un caso che al n. 2339 il CCC scriva: «La castità richiede l’acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana. L’alternativa è evidente: o l’uomo comanda alle sue passioni e consegue la pace, oppure si lascia asservire da esse e diventa infelice. “La dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso o per mera coazione esterna. Ma l’uomo ottiene tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù delle passioni, tende al suo fine con scelta libera del bene, e si procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti” (citando il Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 17: AAS 58 (1966) 1037-1038».

Questa percezione di oggi di impossibilità del vivere la castità porta a giustificare l’uso spregiudicato della sessualità come unica strada percorribile e spinge il dibattito etico e socio-politico ad assestarsi su questa posizione. Credo però che posizioni diverse devono intervenire in questo e non essere rifiutate come “omofobia” o anterograde. Per castità si intende la continenza sessuale (cioè non fare sesso) o il suo esercizio all’interno della famiglia reale. Anche qui dobbiamo essere chiari.

Etica dello psicologo cattolico.

Su questi temi credo che gli psicologi debbano dichiarare la loro etica, cattolica, atea, agnostica, o di altra religione che sia.

Esternare che vi sia una neutralità etica è mentire o, perlomeno, non avere elaborato, pensato e approfondito il problema; chi andrebbe da un qualsiasi medico se questo non avesse etica e coscienza?

Il paziente deve sapere se l’orientamento antropologico ed etico del terapeuta corrisponde al suo. D’altra parte il terapeuta cattolico non può non avvisare l’utente dei rischi spirituali che corre e non può incoraggiarlo o mettere il suo lavoro a supporto di una scelta di atti contro la morale cattolica senza esserne corresponsabile. L’accordo sul punto di vista etico se non è preliminare al trattamento non può che portare alla fine ad un conflitto durante il lavoro, a meno che non lo si accetti come elemento di analisi transferale e si arrivi a poterci lavorare sopra.

È vero che nessuno può essere obbligato a non accettare la propria omosessualità, ma nessuno può, altresì, essere obbligato alla sua accettazione incondizionata. Io personalmente ritengo che una accettazione realistica delle proprie pulsioni sia necessaria, eventualmente con contestuale rinuncia a quello che Freud chiamava “l’agito” di esse, soprattutto se il problema è il sentire di esserne schiavi.

Ed è vero anche che ogni persona è diversa e che non è scontato il risultato della terapia, se l’obiettivo iniziale non può essere la modifica del proprio orientamento non si può aprioristicamente pensare che tale cosa non accada.

Forse il fatto di vivere con più serenità, meno angoscia e maggior controllo le proprie pulsioni sessuali incontrollate, ove fosse quello il problema presentato, può essere un obiettivo realisticamente accettabile.

La riflessione su quale può essere l’obiettivo della terapia è un atto importante. Se il paziente viene lo fa perché sente un disagio, obiettivo è migliorare l’asse emotivo che lo fa sentire a disagio, ma ciò non può avvenire sacrificando l’anima, né lo psicoterapeuta cattolico può permettersi d’essere complice di questo.

Detto questo l’atto di psicoterapia è un atto della tecnica psicologica, cioè un atto medico e meccanico, che porta a delle conseguenze che vanno in una certa direzione, si può quindi scegliere l’atto giusto per la direzione auspicata con l’unica avvertenza di non fare del male e non fare danni.

Questo accade sia se la persona con pulsione omosessuale richieda aiuto per gestire il suo rapporto con la sessualità, sia se richieda aiuto per altre motivazioni se queste implicano l’aspetto sessuale in qualche modo.

Può essere il caso che la persona omosessuale chieda aiuto per problemi che non hanno a che fare con la propria omosessualità, in tal caso si può avere un obiettivo limitato alla soluzione di quel problema, e non lo ritengo una cosa eticamente errata a prescindere dalla scelta etica di questo paziente.

Dall’etica alla scienza.

Chiarite posizioni etiche e obiettivi il problema della psicoterapia è solo tecnico.

Il problema più interessante però è quello puramente scientifico, e cioè quale sia la genesi della sessualità e cosa in quest’ambito possa essere considerato malattia oppure no.

Sulla genesi non ne sappiamo abbastanza ancora, dal punto di vista biologico e genetico la situazione è chiara, ma dal punto di vista psicologico lo è molto meno.

Il considerare qualcosa come patologico o meno dipende dal significato che diamo al termine patologia.

Ma nel campo della omosessualità questa riflessione è compromessa dalla già citata contrapposizione ideologica. Verità imporrebbe di analizzare tutte le diverse posizioni, ma rischio gli strali di chi non ne vuol sentir parlare e quindi tralascio l’argomento, preferisco evitare il conflitto. Mi limito a dire che non considero affatto risolta la questione se la omosessualità, o certe sue manifestazioni, siano patologiche o meno. Peraltro non soffro di alcuna sudditanza rispetto le posizioni della psicologia nordamericana, né di nessun’altra posizione ideologica o di un altro paese. Voglio le mani libere nella ricerca e riflessione scientifica.

Sia sulla genesi che sul problema della patologia sarebbe bello poter parlare francamente e che nessuna patologia fosse considerata elemento di esclusione sociale. Non è che se uno è malato si debba escluderlo dai suoi diritti perché malato, o non aiutarlo o non accoglierlo per questo, anzi se mai vanno accolti con maggiore premura, ma questo non può essere ottenuto facendo finta che quella malattia non esista.

Se ci si sbaglia e si considera sano qualcosa di malato le conseguenze sarebbero deleterie.

Pensate a cosa succederebbe ad uno zoppo se, in nome del fatto che non debba essere discriminato, si dicesse che non è malato? Avrebbe diritto alle stampelle? O sarebbe abbandonato a sé stesso perché “sano”? un sano non può pretendere una cura! Potrebbe anche dire che la sua situazione sia una cosa normale, o che si può perfino sceglierla, magari consigliando ad altri di tagliarsi una gamba! E neppure può pretendere più o diversi diritti rispetto agli altri.

Ma potrebbe dire che la sua condizione è normale, che normalmente le persone nascono senza una gamba, si vede che quelli che ne han due sono specie di superuomini o di mostri. Confusione regnerebbe sovrana.

Tuttavia un uomo alto 251 cm. è senz’altro anormale[3], almeno statisticamente, ma può essere considerato per questo fatto malato? Le malattie sono un fenomeno normale nella vita e nel mondo, ma questo non indica che siano cose buone o sane. La normalità o meno non è certo una misura di malattia.

Ciò che rende uno zoppo malato è che un arto che dovrebbe funzionare, e funzionare in un certo modo e per uno certo scopo definito, non funziona, non è presente o non funziona adeguatamente per l’obiettivo per cui esiste. Io credo che si dovrebbe ripartire da qui: dall’esame della concreta e cruda realtà dei fatti.

Ma nella psicologia questo non è così semplice…

 

 

 

[1] CCC 2348 “Ogni battezzato è chiamato alla castità”. CCC 2349 “Ci sono tre forme della virtù di castità: quella degli sposi, quella della vedovanza, infine quella della verginità”.  CCC 2350 “I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza”.

[2] Cf anche Ef 5,3-8; Cl 3,5-10; Tt 3,3-7

[3] L’uomo vivente più alto è ufficialmente il 33enne Sultan Kosen, dalla capitale turca di Ankara.

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