Famiglia e paternità.

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Di Daniele Malerba

Inizia il 2021, da dove ripartire? 

Papa Francesco, con la Lettera apostolica “Patris corde”, scritta in occasione del 150.mo anniversario della proclamazione di San Giuseppe a Patrono della Chiesa universale proclama, dall’8 dicembre 2020 all’8 dicembre 2021, uno speciale “anno di San Giuseppe” e dal 19 marzo 2021 al 26 giugno 2022 (in occasione dei 5 anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”) proclama l’anno “Famiglia Amoris Laetitia”.

Dunque nel 2021 avremo un periodo dedicato contemporaneamente alla famiglia e a San Giuseppe.

Non mi sembra banale, e non è difficile, in fondo, collegare le due cose. La crisi della famiglia contemporanea, e della società contemporanea, è legata strettamente alla crisi del ruolo paterno e, in fondo, anche alla confusione dei ruoli.

Mi chiedo se il versetto di 1 Cor. 12,12-27[1], non possa essere una metafora del mondo moderno. In qualche modo un mondo in cui nessuno accetta e riconosce il proprio ruolo.

Certo è che, nella famiglia, il conflitto di ruolo è il re della divisione e della discordia. E non possiamo non ricordare come la morte simbolica del padre porti con sé quella della madre e la crisi del valore della vita. Ucciso il padre, la famiglia è facile preda della violenza.

L’accusa implicita che si rivolge al padre è di maschilismo e incompetenza, cioè di essere uno sfruttatore violento e incapace, questa accusa, che in realtà confonde la patologia della famiglia con la normalità, ha radici sociali in un femminismo esasperato, in una visione antifamiliare originata dalla filosofia della sinistra (vedi per esempio Engels ne “L’ origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”). Ma l’interpretazione della sinistra è una interpretazione arbitraria e falsa, nata per giustificare la violenza di stato sulla famiglia, e in effetti la “liberazione” della donna finisce con il renderla schiava del lavoro, e di un lavoro per lo stato, cioè a favore del potere politico, la si “rende libera” dall’impegno di amare la propria famiglia per renderla schiava del lavoro e del potere politico. Non mi pare un gran vantaggio.

Non si capisce bene, infatti, perché mai la figura paterna non possa essere vista per quel che è, cioè come protettore e guida della famiglia, ma debba essere identificato come padrone e sfruttatore economico. Ovvio che la sinistra finisce per “liberare” anche il padre dalle sue responsabilità e dal suo ruolo. E in effetti la famiglia nella ideologia di sinistra non ha valore, quello che conta è il potere sociale, cioè l’equilibrio economico di stato.  

Anche il cattolicesimo è stato trascinato e pervaso dalla tendenza alla categorizzazione bipolare della realtà: proletario – borghese, povero – ricco, sfruttato – sfruttatore, con la tendenza a lasciarsi guidare da questo schema mentale, di entrare in risonanza con questa mappa che, però, è falsa e incompleta.

Ma quali sono le conseguenze psicologiche di questa scelta? Senz’altro lo scioglimento degli obblighi famigliari porta con sé una grande solitudine, dopo una impressione iniziale di felicità dovuta al fatto che si ha la sensazione di essersi liberati da un peso si vive una grande sensazione di solitudine e morte. La si riempie con il lavoro (se va bene, altrimenti ci si stordisce con i piaceri disordinati, droga, alcool, pornografia, piaceri vari…) ma resta dentro un senso di infelicità e un vuoto incolmabile. Il vuoto di un lutto inconscio e, perciò, irrisolto.

Nella psicologia degli ultimi decenni ci si è spesso concentrati sulla figura materna e si è esclusa dalla analisi la figura paterna e il suo ruolo. Il padre sembra non avere più un ruolo specifico nella famiglia, se non quello di “donatore di seme”. Ma questa concentrazione non potrebbe essere il risultato del fatto che la donna sente che è da sola? che la responsabilità è tutta e solo sua?

Non è possibile una famiglia vera se non si riconosce il ruolo del padre, la sua importanza, e se non ci si riconcilia con lui.

Oggi viviamo in una struttura mentale in cui si fa fatica a riconoscere il ruolo degli altri e ad accettare il proprio, ognuno vuole essere ciò che non è.

E non è possibile fare psicoterapia se non si riconosce questo bias sociale di fondo, che afferma il proprio ego personale rifiutando il proprio ruolo, la propria responsabilità, sociale. Lo psicologo rischia così di proporre, senza accorgersene, una risposta che crea più danni relazionali di quelli che risolve. Questo anche a causa del tipo di formazione che questi professionisti hanno.

Ora: noi non valiamo più nulla, se non per un effimero piacere personale, se non è riconosciuta la nostra identità sociale.

Il padre oggi soffre di questo rifiuto identitario ed è in difficoltà a strutturarsi per i propri doveri.

Abbiamo una società dove la gestione dei conflitti è affrontata sempre in modo obbligatoriamente diplomatico, ma che finisce di essere abbandonico, incapace di sostenere posizioni di conflitto in modo riflessivo. 

La realizzazione oggi è identificata con l’assecondamento della pulsione, senza analizzare se questa sia giusta o sbagliata, o se deriva da una manipolazione o dove questa voglia portarci.

Abbiamo padri, madri e famiglie che non sanno più tenere le redini in mano e trasportare la propria barca verso porti sensati e sicuri. Preda dei venti e delle tempeste.

Se la madre non si sente appoggiata dal padre come potrà sentirsi al sicuro? Come potrà creare nel proprio bimbo un attaccamento sicuro, senza essere presa dal panico della propria fragilità? Come potrà occuparsi del figlio se angosciata dalla necessità del lavoro? Oggi la maggioranza delle donne sono schiave del proprio lavoro, il problema è che pensano di essere libere. Non sono capaci di fidarsi del proprio marito e di costruire un percorso insieme con lui, purtroppo temo che spesso non sono neppure capaci di pretendere dal marito che si prenda le proprie responsabilità. Non stupisce quindi che l’aborto cresca e i bambini le donne non li vogliono più.

Ora noi ci esprimiamo con l’atto che scegliamo di compiere, ma l’atto si può scegliere, altrimenti dovremmo concludere che siamo schiavi delle pulsione ed educazione e psicoterapia sarebbe inutile. E si sceglie l’atto giusto se si accetta di analizzare e di sceglie la giusta morale.

Da questo punto di vista la vita di San Giuseppe indica quale è il dovere e l’identità del padre e può aiutarci a sviluppare una psicoterapia giustamente orientata.

Quest’anno ripartiamo da qui: ricostruiamo il nostro essere padri.

Buon anno a tutti!


[1] 1Corinzi 12,12-27. 12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 14 Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 16 E se l’orecchio dicesse: «Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 17 Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? 18 Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. 19 Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20 Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21 Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; 23 e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, 24 mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25 perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.

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