Prove. Principi di epistemologia e limiti della scienza. La prova di Dio.

Postato il Aggiornato il

Di Daniele Malerba

La ricerca della verità è la vera sfida dello scienziato, il suo vero impegno.

Tale attività distingue l’attività del tecnico da quella dello scienziato, distingue tra tecnologia e scienza, la scienza cerca il vero, la tecnica applica ciò che la scienza trova a fini di utilità di vario genere.

L’impegno per la ricerca della verità è oggi più che mai importante, quando verità e menzogna continuamente si mescolano nei campi delle conoscenze umane. Ma… cosa vale veramente la pena di capire?

La prova della non esistenza degli extraterrestri non possiamo averla. Non si può dimostrare quello che non c’è, in altre parole non si può dimostrare la non esistenza di qualcosa. Possiamo solo dimostrare l’esistenza di ciò che c’è..

Possiamo tuttavia, in teoria, dimostrare la non esistenza di una caratteristica di un elemento esistente, ma solo se possiamo rilevare tutti i soggetti appartenenti a quell’elemento. Così possiamo dimostrare l’esistenza di una caratteristica di un elemento esistente se lo riscontriamo in quell’elemento.

Possiamo dimostrare che senz’altro non esiste un elefante rosa (dove rosa è la caratteristica dell’elemento “elefante”) solo se visioniamo tutti gli elefanti che ci sono, che sono stati e ci saranno sulla terra (e in tutto l’elemento esistente). In pratica però abbiamo solo indizi statistici: poiché tutti gli elefanti di cui abbiamo conoscenza (elefanti intesi come animali reali e non di fantasia) sono grigi e non sono rosa. Ne deduciamo che anche tutti gli altri elefanti saranno grigi.

Ma potremmo allo stesso modo dedurre che non esistono elefanti rosa su indici naturali: per esempio notare che per la sua tipologia di dna non possono esserci elefanti rosa e gli elefanti non possono avere malattie che rendono rosa la pelle degli elefanti.

Se trovassimo un gruppo di elefanti rosa potremmo dedurne che esistono, ma anche che sono una specie particolare di elefanti o un animale diverso dall’elefante. Tuttavia in tal caso ci ritroveremmo con la stessa domanda iniziale: può esistere un elefante rosa?

Dunque se ogni ipotesi è legittima non tutte le ipotesi sono scientificamente proponibili, perché non può essere scientificamente verificata la non esistenza di una cosa, una ipotesi di questo tipo non è accettabile. Altrimenti ogni fantasia mentale diviene ipotesi scientifica.

Le vere teorie si fanno analizzando dati di realtà che, via via approfonditi, portano ad una conoscenza più precisa e ad ipotesi realistiche, sottoponibili al vaglio della ricerca, la quale a sua volta consiste nel legare tra loro i fatti in modo da cercare di creare correlazioni tra i fatti e tra i fatti e la teoria.

Possiamo dunque avere le prove di qualcosa che esiste basandosi sull’esistenza di indizi. Ma gli indizi devono essere interpretati, e l’interpretazione è spesso un elemento soggettivo.

Chi cerca prove positive per dimostrare a tutti i costi una tesi predimostrata fa una operazione anti-scientifica, chi le inventa è un truffatore.

L’esplorazione dell’inconscio è un percorso interpretativo, sottoposto ad una pressione soggettiva.

In questo sforzo interpretativo si possono avere molti falsi positivi, cioè credere che vi sia una cosa che non c’è o, ancora, avere dei falsi negativi, cioè credere che non vi sia una cosa che c’è. Cosicchè “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro……….. Ora conosco in modo imperfetto” (1 cor. 13,12).

Capita che quando non si ha nulla di certo e il rapporto tra dati e ipotesi sia nebuloso (e a volte anche quando le cose sono chiare) l’interpretazione soggettiva prevalga su quelle oggettiva, ed è un mistero perché l’uomo interpreti o accetti interpretazioni così poco fondate. Con quali meccanismi cognitivi e con quali interferenze affettive lo fa.

La falsata interpretazione della realtà, il suo stravolgimento o la franca invenzione di realtà inesistenti sono spesso fonte della malattia psichica o, ancora, sono fonti di bias relazionali, incapacità empatiche, deliri lucidi, cattive relazioni, fake news, patologie sociali. La vera domanda della malattia psichica e della sofferenza psichica, anche quella non patologica è, sovente, il chiedersi come mai non vi sia adattamento al reale, e come vi sia invece quello che potremmo definire come chiusura psichica, una specie di autismo, cioè una chiusura della propria mente ai dati di realtà e la costruzione di fantasie alternative.

Freud ipotizzava, mirabilmente, che la sofferenza porta a fuggire dalla realtà che ha fatto soffrire.

E tuttavia spesso la nuova realtà, quella inventata, porta a soffrire ancora di più, perché peggiora il rapporto con la realtà vera, e dalla nuova sofferenza, nella patologia, si esce con una ulteriore invenzione del reale, creando un circolo vizioso che sembra trascinare sempre verso una sofferenza maggiore se il circuito non è spezzato.

Questo rompere il circuito è opera della terapia (ma anche un messaggio evangelico: Gv. 8,32: «.…conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»). 

Da questa riflessione io ricavo il principio terapeutico che la sofferenza non va fuggita, ma accettata, riconosciuta e portata; ma, capisco, a volte il dolore è troppo forte, soprattutto se sei solo. Spesso si vuole trovare ciò che non c’è o non si vuole vedere o trovare ciò che è evidentemente presente. La terapia, spesso, consiste nell’accettare di condividere il dolore del paziente perché lui possa portarlo.

Ora, tornando ad un argomento a me caro, non si può provare l’esistenza di Dio, si può solo trovarlo se c’è. Ma se non c’è non lo puoi dimostrare.

Puoi, tuttavia, provare a dimostrare la sua esistenza a partire dalla valutazione di indizi; cioè da analisi di dati di realtà.

Ma qual è l’indizio impossibile da smentire sull’esistenza di Dio? Il fatto che accadono cose, collegate alla vita spirituale, che non sono possibili secondo leggi di natura bene conosciute, in altre parole quello che è comunemente definito miracolo.

Ma quasi tutti conosciamo i miracoli solo come testimonianze. Dunque l’inizio della fede nell’esistenza di Dio parte da un atto di accettazione della testimonianza.

Eppure quando Gesù Cristo arrivò in terra fece miracoli, segni e prodigi, guariva le persone e cacciava i demoni. Segni evidenti, chiari ai testimoni. Ma non si volle credere a questi segni (e tuttavia, pur essendo un mistero, è stato profetizzato: Gc. 1, 5 “5la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta“).

Io resto molto stupito della incredulità delle persone, e spesso anche della facile creduloneria che spesso vedo. Forse è vero che Dio rende ciechi chi vuol perdere.

Molta gente crede alla fantasia o a indizi fugaci, ma non crede a solide e comprovate testimonianze.

Interessanti sono le tesi sostenute da molti atei, Dio non esiste perché loro non l’hanno mai visto.

Ma non pensano che un Dio vero non può essere contenuto dal limite della percezione e della conoscenza umana, si deve cercarlo per indizi. Nessuno ha mai visto Dio faccia a faccia[1], per questo ha mandato Gesù a mostrarcelo in forma umana. Ma appunto quando lo vediamo diviene simili a noi e quindi non lo riconosciamo. La prova della esistenza di Dio non la vediamo a causa dei limiti epistemologici della riflessione che facciamo, non tanto a causa della sua non – azione… Ma, forse è vero che Dio rende ciechi chi vuol perdere.


[1] Giovanni 1,18. “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere”.

Così rispose Gesù al desiderio di suor Faustina Kowalska di conoscere Dio: “E da quella luce si udì questa voce: « Qual è Dio nella Sua essenza, nessuno potrà sviscerarlo, né la mente angelica, né umana ». Gesù mi disse: « Procura di conoscere Dio attraverso la meditazione dei Suoi attributi ». Un momento dopo Gesù tracciò con la mano il segno della croce e scomparve.” (Dal Diario di Sr. Faustina Kowalska, 1° QUADERNO, data 29.IV.1926).

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