Evangelii gaudium (da AIPPC Napoli).

Ringraziamenti ad AIPPC Napoli.

Siamo molto grati ai colleghi della AIPPC Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici di Napoli, (per info aippcnapoli@libero.it),  che ringraziamo sentitamente per questo lavoro svolto per tutti noi e messo generosamente a disposizione anche del nostro piccolo blog.

Pubblichiamo dunque volentieri in modo integrale il materiale inviateci ricordando che la fonte originale è il settimanale della Curia di Napoli “NUOVA STAGIONE” della Chiesa di Napoli (www.chiesadinapoli.it), e gli articoli sono stati pubblicati in “Nuova Stagione”

– 2014: 37, p. 4 – 39, p. 6 – 41, p. 6 – 43, p. 2

2015: 1, p. 6 – 3, p. 6 – 5, p. 6. – 7, p . 6 – 8, p 6 – 9 – p. 12 – 19,

 

I titoli che troveremo qui sotto sono:

1) L’umano nella Chiesa in “uscita”: Riflessioni sull’Evangeli Gaudium: Introduzione.

2) La relazione e le sue espressioni.

3) Il cambiamento e la sua fatica.

4) la complessità e le sue implicazioni.

5) Comunicare oggi.

6) Il Femminile e le sue risorse.

7) Il perdono e le sue ferite.

8) Il male di vivere oggi.

9) Manifestazioni psichiche e richiesta di spiritualità.

10) Verso un nuovo umanesimo. Conclusioni.

 

1) L’umano nella Chiesa in “uscita”: Riflessioni sull’Evangeli Gaudium: Introduzione.

Pubblicato da “NUOVA STAGIONE”  setti. della Curia di Napoli, n° 1 pg. 6, n°3 pg .6.

a cura dell’Associazione Italiana  Psicologi e Psichiatri Cattolici (aippcnapoli@libero.it)

La missione s’incarna nei limiti umani”: il paragrafo 40 dell’Esortazione apostolica dell’ Evangeli Gaudium introduce l’umano, quale componente nel dinamismo della Chiesa “in uscita”.

I limiti umani, oltre a malattia ed ad altre cause specifiche, dipendono sempre più dal disagio esistenziale generalizzato e pervasivo,  dal mal di vivere, cui si risponde con un consumismo non solo di cose, ma anche di esperienze, di sentimenti, di affetti.

I profondi cambiamenti determinati dall’ abbattimento delle distanze, dall’ informazione in tempo reale, ecc., hanno ridotto le distanze fisiche e culturali ed hanno reso internazionali tradizioni, lingue, ecc, modificando stili di vita.

Smantellamento delle sicurezze in ambiti sempre più numerosi, valori fondanti  sempre più depotenziati, stili di vita  precari, ecc. mettono in crisi le dimensioni più intime della persona, come la capacità e la volontà di costituirsi come persona, in grado di  stabilire relazioni autentiche e significative.

Nella vita di ciascuno, la provvisorietà pervasiva, l’ emergenza, ecc.  s’esprimono con superficialità, con approssimazione, con difficoltà sempre maggiore a  riflettere;  i bisogni vengono percepiti come irrinunciabili – tutto e subito – e la libertà è intesa come affermazione di sé e non come opportunità di scelta pensata.

Oggi giorno, nonostante aumentino le informa­zioni e le conoscenze in tempo reale, non s’accrescono la capacità di discernimento e la sapienza della vita, poiché non viene  favo­rita l’unità in­teriore della persona con la capacità di pensare, di riflettere, di elaborare.

Condizioni che vengono aggravate dalla crisi economica, riflettendosi in ogni  ambito di vita.

L’Esortazione coglie la gravità del momento attuale e propone un approccio nuovo in grado di muoversi tra i limiti umani e le dinamiche dei comportamenti, nelle sfide, nelle attese e nella ricerca di  risposte.

La comunicazione diretta ed essenziale rende efficace la trasmissione del messaggio, capace di superare la barriera della disarticolazione degli altri.

Ma la sua forza maggiore è conferita dal fatto che l’Esortazione nasce da esperienze di vita vissuta, generate nell’ascolto e nella ricerca di risposte autentiche alle molteplici espressioni del dolore umano, dove la stessa ricerca esprime g

Con l’evidenziare i ricorrenti limiti umani e per la semplicità dell’esposizione, ad una prima lettura  può sembrare persino banale.

All’approfondimento successivo se ne colgono l’essenzialità e l’ onere perchè si rivolge direttamente ad ognuno e lo interroga sui propri comportamenti svelandone gli alibi e  mettendo in crisi equilibri,  certezze e stili di vita consolidati nel tempo.

Pone ciascuno di fronte a scelte di campo, a cambiamenti impegnativi, con attenzione ai frutti, ma senza perdere la pace per le difficoltà e gli insuccessi.

Richiede disponibilità e responsabilità per mettersi in gioco,  per relazioni autentiche, per il  cambiamento di mentalità che permettano la crescita di valori altri ed alti al fine d’una autentica prossimità; crea il presupposto di relazioni rinnovate ed accompagna nel superamento dei muri prodotti dall’ autoreferenzialità e dall’esclusione per costruire ponti.

Indica e promuove, quindi, un tessuto di rinnovate relazioni tra individui e nella stessa Chiesa, per essere attrattiva e non fare proselitismo.

Relazioni nuove dove il messaggio d’amore e di misericordia di sempre s’affianca ad una nuova sensibilità che s’esprime con un umanesimo altrettanto nuovo, rendendo possibile fare esperienze autentiche in grado di permeare vissuti, comportamenti e stili di vita.

L’ Esortazione indica, quindi,  un percorso programmatico per un nuovo umanesimo nato dal cuore di ciascun credente che viva e trasmetta  fiducia e  speranza con calore umano anche in situazioni apparentemente irrecuperabili, messaggi possibili se sono state  trovate risposte alle proprie ed altrui esperienze di disagio e di dolore.

Ma quanti hanno trovato risposte e che intendono comunicare?

E’, quindi, strategica la persona e  la sua maturazione: ciascuno prenda coscienza dei propri limiti e consapevole della loro importanza, cerchi di superarli.

Il cogliere tali aspetti e le sue implicazioni sembrano costituire l’essenza dell’Esortazione che viene declinata in ogni ambito di vita.

Messaggio essenziale la cui risposta è farne esperienza personale con disponibilità ed umiltà, al di là dei rituali celebrativi che generalmente hanno accompagnato i documenti del Magistero.

Il Cardinale Bagnasco ha di recente riassunto efficacemente la centralità della persona: prima di chiedersi “cosa posso fare“, domandarsi “chi sono io” perchè “nessuno dà ciò che non ha.

Coraggio e responsabilità per prospettive altre ed alte.

I limiti dell’umano s’esprimono anche nelle insufficienti conoscenze di alcuni aspetti proprio dell’umano, importanti al fine di capirne le implicazioni per orientarsi nei limiti, nelle opportunità e nella complessità della  Chiesa in “uscita”, allo scopo d’evitare di dare significati comunemente loro attribuiti, spesso riduttivi e/o impropri .

Il gruppo dell’ AIPPC ( ass. it. psicologi e psichiatri cattolici) operante a Napoli ed esperto dell’ umano si sente chiamato in causa; intende dare il proprio contributo, rivolto a tutti perché tutti  discepoli-missionari, con il proporre conoscenze e riflessioni sui seguenti argomenti della Chiesa “in uscita”:  relazione e sue espressioni, cambiamento e sua fatica, complessità e sue implicazioni, comunicare oggi, il femminile con le proprie risorse, perdono e ferite dell’umano,  mal di vivere oggi, decodificazione di comportamenti e richiesta  di spiritualità.

2) La relazione e le sue espressioni.

Nell’Evangelium Gaudium la relazione con le sue espressioni costituisce uno degli aspetti dell’umano più rilevanti della Chiesa in uscita. Nella sua ricerca di dialogo con il mondo moderno, essa incontra la necessità d’un nuovo modo di porsi, di relazioni approfondite, ricche di significato, che costituiscano una realtà alternativa allo spaesamento generalizzato, alla condizione di “naufrago” dell’uomo contemporaneo (v. Papa Francesco: “Disciplina e Passione”).

Alla relazione si fa sempre più riferimento anche nel quotidiano; tuttavia nell’accezione comune si fa poca attenzione a un coinvolgimento più profondo, e cioè della ragione e del cuore, dell’intelligenza e dell’affettività. Dall’armonica (o meno) integrazione di tali componenti dipendono relazioni che consentono agli individui di crescere e maturare, essere capaci d’affrontare i passaggi evolutivi, nonché i particolari eventi che possono presentarsi nella vita di ciascuno.

Attenzione e sensibilità alle relazioni aiutano a maturare una capacità di incontro che plasma l’individuo e s’esprime in comportamenti rinnovati in famiglia, in Chiesa, nel lavoro, ecc.

La capacità di relazioni si manifesta con l’accoglienza e l’ascolto, in controtendenza ai rapporti formali e legati al ruolo del passato. Nell’accoglienza si dà evidenza agli aspetti positivi oltre a quelli negativi, mentre ancora adesso insegnanti si limitano soltanto a segnare in rosso gli errori, perché solitamente non sono rilevati i pregi!

L’ascolto nasce dall’ empatia e dall’accettazione, da un rapporto positivo in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa e comunque non giudicata, dove sia presente disponibilità a comprendere realmente l’altro, senza mostrarsi sicuri di sé, nascondendo le proprie emozioni e difficoltà. L’ascolto reale s’esprime non solo verso l’altro, ma anche verso se stessi, per comprendere le proprie reazioni, i propri limiti, accettando le difficoltà di non sapere e di non capire.

La capacità di relazione allora trasforma in ambienti rinnovati i contesti familiari, scolastici, lavorativi e della Chiesa stessa; una nuova capacità di prossimità con coloro che s’incontrano nel quotidiano, nuova attenzione e sensibilità per chi è ferito, per chi proviene da culture e mondi lontani.

La capacità di relazioni nasce e viene alimentata in «spazi adatti a motivare, in cui condividere le proprie domande più profonde e le preoccupazioni del quotidiano, in cui discernere in profondità con criteri evangelici sulla propria esistenza ed espe­rienza, al fine di orientare al bene e al bello le proprie scelte individuali e sociali» (EV 77). Spazi dove è possibile «imparare ad incontrarsi con gli altri nell’atteggiamento giusto» (EV 91), dove è possibile ancora essere «non controllori, ma facilitatori… perché Chiesa non è una dogana, ma la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (EV 47).

Non soltanto, dunque, la conoscenza, ma esperienze e vissuti che si manifestano con modi di essere e di comportarsi.  Ma quanti hanno colto questa nuova prospettiva? Non è forse questa una delle sfide più attuali dell’“umano” contenuta nell’Evangelii Gaudium?

 

3) Il cambiamento e la sua fatica.

L’Evangelii gaudium fa esplicito riferimento al cambiamento, sollecitando a «porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno» (EG 25) per dare risposta a un mondo in rapido mutamento. Mutamento come condizione naturale delle società umane, che si manifesta in tempi e modi differenti, trasformazioni più o meno rapide di valori, costumi, norme e credenze.

Rispondere opportunamente al cambiamento nel corso della vita costituisce la grande sfida per l’individuo e per i gruppi. Esso a ciascuno costa fatica. Intervengono allora meccanismi di difesa che conducono a negarne o accrescerne la rilevanza. Spesso viene negato per il rifiuto del nuovo, il cui disagio può esprimersi con una gamma ampia di sintomi. Rifiuto del nuovo spesso responsabile della perdita di opportunità per condizioni migliori di vita (affetti, lavoro…). Altre volte un’incontrollata insoddisfazione del presente porta a fughe in avanti, a progetti avventati, senza sufficiente valutazione critica.

Chi vive in contesti idonei alla crescita e alla maturazione, anche per la presenza di figure con funzioni di guida e sostegno, è in grado di elaborare modalità per far fronte serenamente al cambiamento. Può contare su esperienze e vissuti che orientano e sostengono i passaggi evolutivi e gli eventi più o meno impegnativi della vita. Al cambiamento ciascuno deve preparasi e preparare le nuove generazioni nella consapevolezza che esso è connaturato alla natura umana e ne rappresenta la carica vitale.

In particolare alcuni gruppi sociali – come nel nostro Meridione ­–, per un insieme di fattori, hanno presentato e presentano tuttora particolari resistenze al cambiamento, con insofferenza a conoscere e sperimentare altre realtà con cui misurarsi significativamente. E tali condizioni hanno determinato nel tempo e determinano ancora vissuti e comportamenti autoreferenziali, poveri di esperienze significative, da cui originano dipendenza e al contempo aggressività con difficoltà ad accettare le regole e quindi a raggiungere autonomia e maturità compiute per poter crescere, maturare e vivere nel rispetto della vocazione umana più intima.

I Vescovi italiani hanno bene espresso tali condizioni nel documento Per un Paese solidale, dove riprendono questi concetti e individuano la responsabilità d’ una incompiuta modernizzazione proprio nel rifiuto del cambiamento (fatalismo, sviluppo bloccato, fragilità del tessuto sociale e culturale, mancato protagonismo…), e sollecitano a «ripensare al Sud con amore».

Il cambiamento rappresenta un tema ricorrente da sempre in più ambiti. Tra tutti si ricordano la parabola evangelica del vino nuovo e degli otri vecchi e, recentemente, la metafora dello specchietto retrovisore di McLuhan.

L’Evangelii gaudium sollecita l’impegno per il cambiamento in più punti. Valga per tutti questo splendido testo che chiude un importante paragrafo intitolato Un improrogabile rinnovamento ecclesiale (EG 27-33): «La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere au­daci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangeliz­zatori delle proprie comunità» (EG 33).

4) la complessità e le sue implicazioni.

La “chiesa in uscita” si dirige verso tutti, soprattutto verso le periferie, caratterizzate da condizioni di complessità sconosciute fino ad ora. Gli sviluppi e le profonde trasformazioni degli ultimi anni in ogni ambito hanno evidenziato ed evidenziano tuttora situazioni sempre più composite dove entrano in gioco un numero sempre maggiore di fattori, a volta sinergici tal’altra opposti, determinando tutti insieme condizioni inedite, condizioni che mediano ed indirizzano il pensiero verso livelli più alti ed al di sopra delle parti.

Saper leggere e interpretare i percorsi della globalizzazione, la nuova cittadi­nanza planetaria, le varie realtà etniche… implica la ricomposizione delle esperienze, dei vissuti e dei saperi, riscoprendo l’importanza della loro unitarietà ed integrazione, frammentate dalla settorialità e dall’eccessiva specializzazione.

Frammentazione e settorialità che rendono complicato il costituirsi come persona, perché è difficile dare un senso a esperienze e vissuti senza progetti significativi, ma fatti soltanto per sfuggire al vuoto interiore in una sorta di dissolvimento della persona, da cui l’individualismo esasperato e l’indifferenza nei confronti di ideali e valori.

Se consapevoli della complessità, si possono cogliere nuove valenze delle relazioni in famiglia, nel lavoro, nella Chiesa… Se il “confuso” viene colto come “complesso”, si coglie la ricchezza della molteplicità e della diversità nelle esperienze anche se impegnative, si rende il vivere più profondo e autentico.

La complessità è un modo di vedere, una mentalità che si acquisisce attraverso

esperienze di vita e culturali. L’ approccio unitario al senso della vita con un modello di for­mazione in cui tutte le dimensioni co­stitutive della persona sono adeguata­mente coltivate e portate a maturazio­ne, diventa decisivo per l’acquisizione di competenze e maturità.

Ciascuno può sollecitare la propria curiosità, farsi domande e ricercare risposte; finisce con l’incrociare i grandi interrogativi che interpellano la vita di ciascuno con il coinvolgere inevitabilmente altri e successivamente ancora altri.

Anche se possibile una trasformazione di mentalità, è difficile realizzarla nel quotidiano, perché per abitudine, per stanchezza, per le continue emergenze, anche inconsapevolmente, si sfugge confondendo il “complesso” con il “complicato” e correndo il rischio di ritenere banali questioni fondanti soltanto per una sorta di indisponibilità pregiudiziale.

Già Benedetto XVI in C.V. coglieva l’importanza della complessità che esprimeva con “allargare la ragione e l’uso di questa“.

L’attenzione e la sensibilità alla complessità concorrono allo strutturarsi d’una

identità umana più forte che s’esprime in tutti gli ambiti della vita, quali quella familiare, lavorativa, ecc.  presupposto per crescere e maturare, e, in una prospettiva più ampia, costituisce la premessa umana per una fede matura.

Un’identità più forte rende possibile quella profonda prossimità che consente di “guardare negli occhi il povero” e cogliere le sfide dell’Esortazione: «La chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari che prendono iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, fruttificano e festeggiano», con attenzione al grano che cresce,  senza perdere la pace per la zizzania» (EG 24).

5) Comunicare oggi.

La Chiesa in uscita si rivolge a ogni individuo: attraverso la capacità di ascolto delle sue ansie, delle attese e dei bisogni realizza capacità di prossimità con ciascuno in ogni periferia.

Il comunicare ha acquisito nel tempo dimensioni ben più ampie della semplice trasmissione d’informazioni. L’ascolto, oltre ai contenuti, è andato affermandosi come componente costitutiva della comunicazione: ascolto inteso nella dimensione umana dell’ascoltarsi reciprocamente

Esso implica disponibilità e tempo da dedicare all’altro, cercando di capire ciò che gli succede, cosa lo spinge ad agire. Ascoltare vuole anche dire essere disponibile sia agli scambi comunicativi sia ai silenzi, e accettando pareri divergenti dai propri: ciò è difficile.

L’ascolto non è un atteggiamento naturale; l’individuo tende ad avere attenzione a se stesso ed a ciò che pensa giudicando e dando consigli.

Diventa allora strategico maturare la propria umanità con un vissuto di tensione verso l’altro. La persona quindi che voglia mettersi in gioco con un relazione autentica, prima di chiedersi: «Cosa posso fare?», dovrebbe domandarsi: «Chi sono io?»,  perché “nessuno può dare ciò che non ha”.

Oltre ai contenuti e alle relazioni entrano in gioco anche i mezzi di comunicazione di massa, concetto espresso con la celebre frase del sociologo e massmediologo McLuhan: il medium è il messaggio, secondo cui il medium diventa responsabile di determinati modi di pensare e di comportamenti, favorendo una particolare forma mentis. Esso quindi non è neutrale e ciò è facilmente dimostrato dalla società del tutto e subito, modellatasi sulla velocità cui ci hanno abituato le nuove tecnologie informatiche e del web, da cui nasce il dibattito sull’influenza della tecnologia sull’umano.

I rischi dell’uso dei media e della rete non possono offuscare le loro inedite potenzialità, come le opportunità di promuovere un’autentica cultura dell’incontro per abbattere i muri e costruire ponti di relazioni, dove internet diventi una rete di persone e non di fili, una rete di prossimità e che esprima la profezie di un mondo futuro.

Le nuove tecnologie e le nuove opportunità possono portare a vivere la rete come luogo di sintesi di relazioni tra vicini e lontani, tra generazioni, tra religiosi e laici, tra vari luoghi del mondo: dove valorizzare il mettersi in gioco quale risposta alla chiusura dell’autoreferenzialità; dove comunicare al di là della funzione tecnica, incontrarsi al di là della connessione; dove integrare i differenti spazi esistenziali quale risposta ai rischi della frammentazione provocata dal multitasting, multiliving e crossmedialità; dove interrogarsi circa il prodigio tecnico con un’apertura alla trascendenza per chi ha fede, con ammirazione per le potenzialità umane per il laico.

La rete contribuisce da tempo alla promozione e alla rivendicazione dei diritti umani con informazioni, condivisione ideali e speranze (rivoluzione araba, onda verde in Iran…); la campagna Celebrare i diritti umani lanciata su Twitter, Facebook ecc. ha coinvolto un gran numero di persone.

Comunicare oggi significa anche contenuti diretti ed essenziali per superare l’eccesso dei tanti messaggi dell’attuale era dell’informazione.

L’Evangelii gaudium ne illumina i rischi per sollecitare la formazione: «Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo». (n. 52).

Viviamo in una società dell’informazione che ci è satura indiscriminatamente  di dati, tutti dello stesso valore, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento d’impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione” n.64.

Quanti colgono l’essenziale ed hanno capacità di comunicarlo?

6) Il Femminile e le sue risorse.

 Secondo Papa Francesco, «le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono facilmente eludere» (EG 104). Tale affermazione oltrepassa l’ambito ecclesiale e anche in altri pone importanti questioni: soprattutto la ricerca di un rapporto di verità tra donne e uomini per relazioni autentiche.

Partendo dalla condizione di subordinazione nei confronti dell’uomo, la donna si è posta come antagonista ricercando anche essa potere; rivalità e aggressività reciproca hanno favorito relazioni conflittuali con conseguenze in ogni ambito, soprattutto nelle famiglie. Dalla competizione creatasi, per eludere ogni egemonia di genere, sono andati accreditandosi il ridimensionamento oppure addirittura l’annullamento delle differenze fisiche e psicologiche di entrambi, attribuendone la natura a condizionamenti culturali.

L’affrancarsi da ogni specificità fisiologica e psicologica ha messo in crisi la famiglia costituita da padre e madre e ha orientato l’equiparazione dell’omoses­sualità con eterosessualità; è andata concretizzandosi la grande aspirazione di poter essere quello che si vuole, liberi da ogni altro vincolo che non sia scelta personale. Conseguenza è lo stravolgimento dei valori peculiari specie della donna, quali la disponibilità verso l’altro con attenzione e sensibilità alla sua crescita e alla sua protezione, collegate all’essere madre e al dare la vita.

Per lei tali esperienze psicologiche e spirituali, oltre che fisiologiche, sono profondamente coinvolgenti: contribuiscono a maturare, ad acquisire responsabilità e concretezza, a resistere nelle difficoltà, ad avere un istintivo intuito…, attraverso ascolto, accoglienza e disponibilità, valori umani di tutti, ma con i quali la donna è più direttamente in sintonia come richiamo e segno privilegiato, definiti “genio femminile” da Giovanni Paolo II (Lettera alle donne, 10).

Il femminile non è solo una categoria fisiologica, ma capacità umana di vivere per l’altro; è anche un valore sociale perché relazioni e vissuti positivi, la premessa per sviluppare maggiore maturità e un’identità più forte per affrontare i passaggi evolutivi e gli eventi più o meno impegnativi della vita. Le relazioni e cure materne significanti forgiano l’“umano” che si può esprimere anche con l’apertura alla trascendenza.

Attualmente, anche se è stato fatto molto cammino nelle relazioni tra donna e uomo, emergono spesso esperienze e vissuti di sofferenza, conseguenza di recriminazioni e aggressività, dissonanti dai i valori essenzialmente femminili. Pur nella consapevolezza dei danni, è difficile talora impossibile, superare comportamenti distruttivi dove l’uomo è il nemico da oltrepassare: risulta spesso impossibile riuscire vedere al di là della propria sofferenza immediata.

Nonostante la rilevanza e la complessità di tali questioni, condizionamenti di una concezione riduttiva dell’umano femminile rendono difficile un confronto approfondito e sincero alla ricerca di relazioni serene nel reciproco riconoscimento, nella condivisione e integrazione dei rispettivi valori e della loro pari dignità, pur nelle differenti funzioni; la illusoria competizione tra i sessi, porta a tragiche conclusioni.

È difficile porre la diversità come opportunità e ricchezza da affermare e accettare, invece di un ostacolo da abbattere. L’incremento generalizzato dei femminicidi, nei Paesi ad alto tenore di vita, specie nei Paesi Scandinavi, viene letto anche come esasperazione di relazioni competitive tra donna e uomo, dalle quali l’uomo non riesce a sfuggire se non con l’omicidio, come atto di prevaricazione. È necessario promuovere un unico progetto umano, con funzioni e ruoli differenti, ma con medesima dignità; non quindi rivendicazioni soltanto, ma la valorizzazione delle specifiche capacità in un programma complessivo, in cui «garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo e nei luoghi dove vengono prese decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali» (EG 103).

Quante donne e quanti uomini, accogliendo questa sfida, avranno voglia, forza e coraggio di accettarla?

7) Il perdono e le sue ferite.

 La Chiesa in uscita incontra molti individui con i quali sorgono inevitabilmente problemi, incomprensioni e anche offese. Sensibilità e attenzione sono necessarie per impostare e salvaguardare relazioni: la testimonianza di «comunità autenticamente fraterne e riconciliate» è sempre «una luce che attrae» (EG 100), comunità dove «imparare ad incontrarsi con gli altri… senza resistenze interiori». (EG 91).

Soltanto da qualche decennio al perdono è stata riconosciuta la valenza anche psicologica oltre a quelle spirituale e morale. Soprattutto in passato, si è ritenuto che a perdonare fossero individui fragili senza capacità di difendersi o di assumersi la responsabilità di punire, correggere, vendicarsi, individui inclini a guardare altrove per non vedere realtà dolorose e ostili.

Solo recentemente il perdono viene colto nella dinamica psicologica con la specifica valenza terapeutica: libera dall’odio e dalla rabbia, dai sentimenti forti che possono legare l’offeso all’offensore e creare talora una sorta di dipendenza. Il perdono, alleviando tali sentimenti forti, fa acquistare fiducia in sé stesso e spesso consente di recuperare relazioni interrotte, offrendo nuovi orizzonti, ristabilendo talora sintonia e fiducia reciproca.

L’offesa può generare in chi l’ha subita anche una sorta d’aggressività verso se stesso; l’umiliazione sofferta alimenta complessi d’inferiorità che rendono difficile il perdonarsi.

Perdonare è una scelta personale, dipende dal proprio modo di essere, e per molti è difficile. Si comprendono le difficoltà se il perdono viene colto nella sua radice etimologica: “perdonare” significa infatti concedere un dono (radice presente in varie lingue: in inglese forgive, in francese pardonner e in tedesco vergeben). Chi è tanto generoso da fare un dono?

Il perdono opera una sorta di ricomposizione della persona, integrando gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali, conferendo all’individuo identità più forte. Richiede un grande sforzo, emotivo e intellettuale soprattutto per le offese di parenti, amici, di persone comunque legate da vincoli affettivi, perché vengono messi maggiormente in crisi sentimenti e aspettative.

E richiede tempo, perché il perdono è la fine d’un percorso dove l’accaduto deve essere elaborato. Parte dal riconoscimento dell’offesa, dalla sofferenza subita e dai sentimenti distruttivi verso l’offensore e talora anche verso se stesso. Una volta raggiunto un certo distacco, se ne colgono oggettivamente i vari aspetti: si riesce ad assumere la prospettiva dell’offensore, reinterpretando l’accaduto e comprendendone le possibili motivazioni riconducibili anche a storie personali. È un percorso difficile, perché, dopo l’offesa subita, si sperimenta uno stato generale di smarrimento.

Una volta superati risentimento, rabbia, desiderio di vendetta o di punizione verso l’offensore, si crea un nuovo dinamismo, perché si liberano energie che possono essere impiegate diversamente, creando la premessa per trasformare le ferite e le sue sofferenza in opportunità; perdonare significa vivere e perseguire valori umani altri, alti e affidabili per il laico, mentre costituisce occasione d’apertura all’Oltre per chi è alla ricerca di verità.

Perdonare non significa dimenticare l’offesa ricevuta, perché il ricordo rimane, ma senza quell’insieme di sentimenti negativi che possono manifestarsi nei comportamenti e in ogni espressione di vita con una gamma molto ampia di sintomi anche clinici.

Ma quanti danno voce alle proprie ferite e vogliono realmente affrancarsi dalla loro distruttività?

8) Il male di vivere oggi.

 «Come figli di quest’epoca, tutti siamo in qualche modo sotto l’influsso della cultura attuale globalizzata, che, pur presentandoci valori e nuove possibilità, può anche limitarci, condizionarci e persino farci ammalare» (EG 77).

“La maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tem­po vivono una quotidiana precarietà, con conse­guenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddet­ti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità» (EG 52)

 

Il progresso e le sue conquiste sono stati snaturati, talora depredati, nella naturale valenza di promozione umana, a vantaggio di singoli individui e di lobby. Una globalizzazione realizzata solo sul piano economico dei profitti di pochi (e non dei diritti di tutti) ha messo a dura prova la tensione progettuale verso il futuro, la voglia di impegnarsi e di agire, determinando la fine delle utopie massimaliste, rinunziando ad esse, ma senza liberarsi degli errori.

Il progresso tecnologico, soprattutto dei media, dal potere molto spesso anonimo ha eliminato  distanze informando in tempo reale, ha cancellato le distanze fisiche e culturali, cambiando stili di vita e rendendo internazionali tradizioni, lingue, etnie; ha prodotto profondi cambiamenti che hanno messo in crisi equilibri consolidati nel tempo, spingendo alla ricerca di sicurezza verso emozioni e beni di consumo, dove si consumano anche gli affetti.

Alle insicurezze in ambiti sempre più numerosi, si risponde con il consumismo  creando condizioni che mettono in crisi la persona con le  capacità e con la volontà di realizzarsi come individuo, in grado di pensare, di riflettere, di stabilire relazioni significative per affrontare le sfide della vita.

La precarietà pervasiva, l’emergenza… s’esprimono con superficialità, con approssimazione, con difficoltà sempre maggiore a soffermarsi e a riflettere, con i bisogni percepiti come irrinunciabili –tutto e subito-; la libertà viene intesa come affermazione di se stesso. Questa profonda crisi culturale diviene allora antropologica con difficoltà a riflettere, a pensare ed a rispondere alle domande essenziali che non trovano risposte nella banalità dei luoghi comuni e nelle analisi superficiali, prima tra tutte: quale il senso della vita, delle ingiustizie, degli egoismi?

Crisi esistenziale che dipende non da singole difficoltà, ma  dalla concezione dell’uomo e del suo futuro e dalla sua realtà antropologica. Crisi che incide molto profondamente sulla capacità di riconoscere, di discernere i valori essenziali della vita e porli come obiettivi da raggiungere, senza i quali vengono a generarsi condizioni di fragilità esistenziale con ricadute sul processo di crescita e sulle difficoltà presenti nella vita di ciascuno, perchè proprio i valori orientano le scelte. Ricerca di verità, rettitudine, amicizia, solidarietà, condivisione, responsabilità, senso civico…, sono le fondamenta per una società giusta se i valori umani vengono tradotti in azione come pratica quotidiana individuale e di gruppo.

Del declino dei valori si parla moltissimo, ma senza affrontarlo efficacemente perchè è la cultura consumistica che ha preso il sopravvento e pertanto la priorità è per tutto ciò che è al di fuori dalla persona, a svantaggio di quello che invece appartiene al mondo interiore dell’individuo, alle relazioni umane soprattutto.

Dei valori attualmente si parla molto spiegandone soltanto i concetti, ma senza tener conto di testimoniarli con coerenza e costanza.

Il male di vivere di uno coinvolge altri individui e gruppi, accrescendo precarietà, solitudine, paura…  Il male di vivere accomuna tutti e, se capito e accolto con fiducia e speranza, se colmato di senso, rende possibili esperienze condivise di profonda umanità e di arricchimento reciproco; trasformandosi in risorsa, può offrire l’opportunità per riconoscere la vera grandezza umana: la capacità d’accogliere, d’aprirsi a nuovi orizzonti, alla spiritualità, all’Oltre.

9) Manifestazioni psichiche e richiesta di spiritualità.

«Il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone...» (EG 265).

Nell’uomo, oltre la dimensione psichica e sociale, è presente anche quella spirituale che s’integra con l’umano e conferisce valore e significato all’esistenza.

La dimensione umana è la sintesi di fattori personali e sociali che creano condizioni complesse, attualmente sempre più stravolte dalle crisi generalizzate. La carenza o assenza di esempi significativi a cui riferirsi determinano il costituirsi d’identità assai fragili e confuse. Un individualismo pervasivo penetra da tempo nell’umano per cui l’individuo si ripiega su se stesso alla ricerca del proprio appagamento….

Venendo a limitarsi o a essere negati i valori che danno senso alla vita, non si trova più un significato alla propria essenza umana e aumenta il senso di fallimento, di non appartenenza, di vuoto…. L’individuo, creato per orizzonti senza limiti, soffre per queste condizioni di vita nella profondità del proprio essere; sperimenta, infatti, la frustrazione d’una percezione confusa di spiritualità che si confonde e spesso scompare, soffocata nella realtà del tutto differente.

L’individuo alla ricerca di senso e di verità si confronta con le difficoltà, talora con l’impossibilità di trovare significato alla propria vita. In tali condizioni è agevole chiudersi nel pregiudizio, evitare di farsi domande, rifugiarsi nell’imme­diatezza del proprio mondo, fino a ingannarsi. Nella solitudine l’individuo ricerca il senso dell’esistenza, ma la frammen­tazione dei saperi, la pluralità delle teorie che si contendono le risposte acuiscono dubbi e insicurezze. E le risposte risultano comunque inadeguate perché ostacolate da concezioni riduttive e distorte sull’uomo e sul suo futuro….

Viene così a generarsi una profonda crisi dell’umano, in cui la fragilità dei valori della vita e soprattutto di quelli spirituali favoriscono un disagio esistenziale che può arrivare a manifestarsi con sintomatologia clinica. Depressioni, crisi di panico, ansie patologiche, malattie psicosomatiche, comportamenti trasgressivi lesivi di se stessi e degli altri… sono sintomi particolarmente diffusi e statisticamente in aumento. La depressione è la più diffusa tra tutti.

Gli indubbi progressi della medicina spingono a ricercare rimedi nell’affron­tare i sintomi soltanto con gli strumenti del progresso. Viene tralasciata la realtà più profonda dell’umano se viene elusa la prospettiva antropologica, con le domande: Chi sono? Quali possono essere le mie aspettative? Cosa veramente desidero?…

Gli dei morti sono diventati malattie” è il titolo nel 2.000 d’un convegno della nostra associazione, che mette bene in evidenza la correlazione tra lo spirituale e l’umano

Tuttavia è difficile cogliere bisogni spirituali nella complessità delle manifestazioni psichiche, dove s’intrecciano meccanismi di richiesta e di protesta con aggressività e talora violenza variamente espresse, che s’esprimono con comportamenti molto difficili da comprendere e a cui rapportarsi. Viene posta allora a dura prova la capacità di ascolto, di accoglienza, di relazione da parte delle comunità; senza risposte, invece, l’individuo con problemi percepisce come tradita la speranza di soluzioni alla sofferenza, e i sintomi si moltiplicano e si aggravano.

Movimenti pseudoreligiosi, alternativi a una spiritualità autentica, si propongono come risposta al disagio. Le persone più fragili e deboli vengono manipolate, fino a essere irretite in culti anche estremi che utilizzano il sacro in maniera distorta e a fini puramente strumentali. La ricerca di senso e l’orientamento della propria vita diventano allora obiettivi più difficili.

Intercettare i primi sintomi e avviare a percorsi specifici, aiutano l’individuo a progettare una vita diversa, a prendersi cura di sé, ad acquisire maturità e identità più forti, a prendere consapevolezza della propria spiritualità e dei propri bisogni.

10) Verso un nuovo umanesimo. Conclusioni.

L’Esortazione pastorale Evangelii gaudium, già nell’incipit, coglie la promessa di una nuova gioia, nonostante il progressivo incremento di eventi tristi… Come si può parlare di gioia se si pensa alle atrocità degli efferati delitti presenti da tempo in molte parti del mondo e resi recentemente dall’ISIS ancor più disumani? Alla degenerazione dell’istinto materno di cura, che si trasforma in furia omicida diretta finanche ai propri figli? Alla malvagità della corruzione che sottrae l’indispensabile a bisognosi ed inermi?

Sono fatti che si verificano ormai da lungo tempo, che sconvolgono e corrodono progressivamente l’umano di tutti, poiché ognuno si sente violato nell’integrità della propria persona; si precipita così in quella “cultura del naufragio”, della quale più volte parla Bergoglio (cfr. in particolare Disciplina e passione, Bompiani, Milano 2013).

L’Esortazione risponde all’attuale disgregazione dell’umano con la proposta d’una Chiesa aperta all’esterno dalla capacità di farsi prossima ad ogni fragilità, dall’umano autentico quale espressione della realtà antropologica, creata per il vero, il buono e il bello… Un rinnovato umano è , quindi, indispensabile, ma difficile da realizzare, perché ciascuno finisce con il comportarsi secondo esperienze e vissuti precedenti.

La Chiesa realizza la sua missione se capace di entrare nelle dinamiche dell’umano e di rispondere al profondo desiderio di autenticità, dove la consapevolezza che la missione s’incarna nei limiti umani (EG 40) conduce ad affrontare i limiti senza cedere all’illusione di realtà senza ombre.

Nella Chiesa dell’Evangelii Gaudium c’è rispetto al passato una discontinuità che impone una scelta:  come è possibile realizzare una Chiesa in uscita, se al suo interno le comunità hanno fatto esperienza di vissuti autoreferenziali e d’esclusione,  non di relazioni di accoglienza, di ascolto e d’inclusione?.. Se esse s’incontrano senza tener in conto le resistenze interiori, la fatica del cambiamento, le implicazioni della complessità, le sfide attuali della comunicazione, le risorse del femminile, la valenza umana del perdono, il male di vivere e lo stravolgimento della realtà antropologica che può arrivare a manifestarsi con sintomi clinici…?

Sono questi i punti più rilevanti a cui l’Evangelii gaudium si riferisce esplicitamente e che sono stati argomento delle nostre riflessioni su Nuova Stagione (cfr. nota a margine).

Come hanno risposto le comunità locali all’esigenza d’umano già da tempo e più volte espresse dai documenti del Magistero e dei convegni ecclesiali? (cfr, ad esempio, Verona 2006: Testimoni di Gesù risorto; Ancona 2011: Signore, a chi andremo;  Cei 2011: Per un Paese solidale…). Spesso, nelle loro riflessioni e approfondimenti gli aspetti relativi all’umano ed alle sue implicazioni sono stati tralasciati o sottovalutati.

Norme e prescrizioni prevalse nelle esperienze di vita di ciascuno fin da bambini hanno plasmato vissuti e comportamenti che rendono difficile anche ora mettersi in gioco con il proprio umano, con la capacità a cogliere le realtà nuove con le proprie sensibilità e i propri bisogni…

Rimane perciò alle comunità locali il compito di curare la promozione di conoscenze, soprattutto esperienze di vita comunitaria e d’inclusione, dove la persona e l’umano diventano centrali perché i fini senza mezzi rimangono pura fantasia (EG 33): uscire dalla genericità per non lasciare tutto come prima non è forse  dar vita alla speranza che il credente è chiamato a testimoniare?

L’importanza dell’umano si riscontra anche nell’utilizzo di parole correntemente usate e spesso abusate: relazione, accoglienza, ascolto, prossimità, bene comune… Esse si arricchiscono d’un nuovo dinamismo, se si affrancano dall’ umano angusto, rappresentato dall’autoreferenzialità, dall’egoismo e dall’individualismo… Sono scomparse invece alcune parole che animano la vita, come passione, intesa come desiderio, forza e coraggio di vivere una vita piena di sorprese. Perché una vita senza passioni è soltanto una vita non vissuta: Papa Francesco non invita ciascuno a scoprire le sorprese nella propria vita?

Di fronte a tali sfide, l’Evangelii gaudium indica la via di un umano integrato con la spiritualità che, al contempo, lo illumina e lo sorregge. In questa prospettiva, si può chiedere ai Sacerdoti (102 E.G.) di promuovere una “spiritualità dell’impegno” per aiutare e illuminare la fatica quotidiana, una spiritualità che entri nelle dinamiche della vita, spiritualità che altrimenti rimane astratta e lontana (133 E.G.). È possibile a riguardo indicare alcuni passi del Vangelo e di altri scritti da approfondire? Passi da cui emerga la centralità dei comportamenti: il come dell’agire oltre al fare soltanto (Lc 24,13-35: Sulla strada di Emmaus), della fede (Lc 5, 1-4: Sulla tua parola getteremo de reti), dell’identità (2Cor 4,7: Un tesoro in vasi di creta), comportamenti resi possibili dall’identità forte e aperta, ispirata dalla fede.

 

 


Un pensiero riguardo “Evangelii gaudium (da AIPPC Napoli).

    Magistero. « Psicologi Psichiatri Cattolici Veneto ha detto:
    21 giugno 2015 alle 12:30

    […] Evangelii gaudium. Riflessioni dell’AIPPC Napoli. […]

    "Mi piace"

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