Poesie

E l’amore guardò il tempo e rise.

Pirandello (?)

(Antonino Massimo Rugolo?)

E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

 

Ritornar bambini

Kahlil Gibran

Le cose che il bambino ama
rimangono nel regno del cuore
fino alla vecchiaia.
La cosa più bella della vita
è che la nostra anima
rimanga ad aleggiare
nei luoghi dove una volta giocavamo.

 


Lezioni elementari. Monologo con il maestro Gabriele Minardi.

Roberto Mussapi

Ma il bambino non è ancora nel tempo

legato al suo cordone al buio che germina,

il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente.

 

Lo riconoscerai perché sara la sua anima

allora cosi visibile e lampante

a perdurare, nonostante il tempo.

 

In “I quaderni de la Collana”, Stampa, Azzate 2015, p. 12″, citato da G. Ricci in “Sessualità e politica”, pg. 125.


 

Inferno, Canto XIII

(Nella selva dei suicidi).

Dante Alighieri

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.                                 3
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:                         6
non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.                                  9
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.                               12
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.                                 15
E ’l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre                              18
che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone».                       21
Io sentia d’ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.                                 24
Cred’io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse.                          27
Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi».                            30
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».             33
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?                              36
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».                                 39
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,                                           42sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.                          45«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima,                              48non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.                           51

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece».                                54

E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi.                       57

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,                                     60

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.                            63

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,                                    66

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.                                  69

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.                                72

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.                         75

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».                           78

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».                       81

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».                          84

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia                                 87

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega».                       90

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi.                                  93

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.                                 96

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.                            99

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.                                  102

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.                    105

Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».               108

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,                    111

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.                        114

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta.                           117

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte                               120

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.                        123

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.                                 126

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.                         129

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano.                                132

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?».                             135

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?».                           138

Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,                         141

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond’ei per questo                   144

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,                                    147

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».                              151


Titolo Sconosciuto.

Autore Sconosciuto.CnoDDEMWEAEWPgI.jpg mosaic


“Non c’é stato alcun funerale
niente flori, niente musica
niente belle parole
nessuna pietra porta il tuo nome


non c’é nulla che onori la tua vita
strappata per vergogna,
tolta nella segretezza
con una Violenza impronunciabile


però il pianto c’e, prezioso bimbo mio,
c’e un vuoto
un dolore
un lutto impronunciabile


ti posso allattare solo con le mie lacrime
per favore, lasciami allattarti
con le mie lacrime”.

Pubblicata sul saggio di Valeria D’Antonio (2016) “Elaborazione del lutto postabortivo in una prospettiva cristiana integrata” in “Fede e terapia, ferite dell’anima. Genitori in cerca di guarigione” libro pubblicato per la “Associazione difendere la vita con Maria“. Ed. Cantagalli. Su gentile autorizzazione della redazione della casa editrice.


Togli da noi le tenebre della ignoranza.

 Sant’Agostino

Signore, rendici veritieri senza arroganza,
umili senza finzione, allegri senza leggerezza,
inde4exseri ma senza disperazione, severi ma senza cattiveria,
forti senza crudeltà, buoni senza mollezza,
misericordiosi senza lasciar fare, pacifici senza falsità,
vigilanti senza ossessione, sani senza torpore,
sicuri senza follia, poveri senza miseria,
ricchi senza avarizia, prudenti senza sospetto.
Fa che diventiamo
dotti senza volerlo sembrare, docili, ma inclini alla saggezza,
umani ma senza avidità, ospitali ma sobri;
fa che lavoriamo con le nostre man
ma senza confidare tutto in noi stessi.
Fa che ti temiamo, onoriamo e amiamo,
al.di sopra di tutte le cose che hai creato.
DIo uno e trino, manda in noi una luce
perché ti conosciamo e ti vediamo
come sei veramente:
togli da noi le tenebre della ignoranza,
tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.

CAPODANNO

di Igor Stoppa

Un amico che mi chiede se scrivo ancora Poesie.

Una bottiglia che vola sulle teste della folla.

Una scheggia di fuoco nella gamba.

Un’amica da aspettare.

Ragazzini al loro primo Capodanno, gridano “Abbasso il governo!”

Un ubriaco, che mi consola.

Un funerale che si avvicina.

Quattro tizi che fumano hashish.

Un Danese che mi chiama “Jesus” e ride.

Una chiacchierata su un divano.

Un autobus sbagliato.

Tizi che spingono un’auto in panne.

…in una notte che è già mattina.

(presa dal sito: www.lavocetta.it)

 


 

di Sant’Ambrogio di Milano

“Ti cantino le profondità
del cuore,
ti conclami la voce squillante,
ti ami il casto amore,
ti adori la sobria mente.”

(http://www.pensieriparole.it/poesie/autori/s/sant-ambrogio-di-milano/pag1)


 

CANTICO DELLE CREATURE.

di San Francesco d’Assisi

«Laudato sie, mi’ Signore,
cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte»

LA FEDE.

di Trilussa

Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: – Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò ‘na voce,

fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima, dove c’è la Croce…
Io risposi: – Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede… –
La cieca allora me pijò la mano
e sospirò: – Cammina! – Era fa Fede.


 

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA.

Presa dalla predica di domenica XI TO – comunicazione personale.

di P. Armando Ceccarelli S.J.

 “Quando ci sentiamo impotenti di fronte al mondo che sembra rifiutare il Vangelo,

Signore, ricordaci la forza del seme che, marcito in terra, germoglia e cresce.

Quando ci sentiamo piccoli e deboli, ricordaci il seme di senape che, pur piccolo,

può diventare albero tanto grande da accogliere molti.

Raccontaci di nuovo le parabole della vita, quando ci assalgono i dubbi di fede

ed è difficile credere nella forza della tua Parola.

Quando siamo nella prova, perché derisi e perseguitati a causa del bene,

ricordaci che, solo se il chicco di grano muore sotto terra, porterà frutto.”

 


 

ULTIMO FRAMMENTO.

di Raymond Carver

Il nuovo sentiero per la cascata” poesie ed. Minimin fax, 1988


E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.”

 


 

 ATTENDERE IL SIGNORE.

(Titolo mio)

di Suor Faustina Kowalska CSBVMM

Dal diario di Suor Faustina Kowalska dell’Istituto della Beata Vergine della Misericordia

La misericordia divina nella mia mia anima“. (1905-1938) – LIBRERIA EDITRICE VATICAN A (1 9 9 2) – V Quaderno – 156

G.M.G.
L’anima attende la venuta del Signore
Non so, Signore, a che ora verrai,
Perciò vigilo continuamente e sto in ascolto,
come sposa da Te prescelta;
poiché so che Ti piace giungere non visto.
Ma un cuore puro, Signore, Ti sente da lontano.
Ti attendo, Signore, nella quiete e nel silenzio,
con una grande nostalgia nel cuore,
con un desiderio insopprimibile.
Sento che il mio amore per te diventa un fuoco.
E come una fiamma, alla fine della vita, s’innalza Verso il cielo.
Allora si realizzeranno tutti i miei desideri.
Vieni ormai, mio dolcissimo Signore,
 e porta il mio cuore assetato,
là con Te nelle regioni eccelse dei cieli,
dove dura in eterno la Tua vita.
La vita sulla terra e un’agonia continua,
mentre il mio cuore sente d’esser creato per grandi altezze
e non l’attirano i bassipiani di questa vita,
poiché la mia patria è il cielo. Questa è la mia fede incrollabile.”

 


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