Politica professionale

Fallimento della categoria professionale degli psicologi.

Di Daniele Malerba

Ci sono molti modi per distruggere una organizzazione che non si vuole. Un metodo semplice è metterci a capo una persona incapace o menefreghista, oppure uno incaricato segretamente di distruggerla. Oppure metterci uno “così buono” che perdona tutte le malefatte dei suoi sottoposti (a discapito naturalmente delle persone oneste e dell’organizzazione). Oppure mettere uno veramente capace senza metterci le risorse necessarie per arrivare allo scopo. Tagliare le risorse e aumentare le pretese è un modo per assicurare un fallimento.

Ma fare fallire un percorso professionale è più difficile. Anche qui però ci sono molti mezzi, per esempio aumentare a dismisura la concorrenza, diminuire la qualità della formazione, diminuire le protezioni sociali. Alzare le pretese professionali, confondere gli acquirenti del servizio. Separare i componenti del gruppo professionali e metterli in contrasto tra loro. Impedire loro un percorso che porti ad una pensione decente. Chiudere gli sbocchi professionali o sottodimensionarli eccessivamente. Mantenere un alto livello di precariato.

Nessuno è veramente al sicuro. Mi sembra che il mondo degli psicologi sia veramente un mondo creato apposta per portare al fallimento le persone che intraprendono questo percorso. Non sono in grado di portare numeri. Ma certo impressioni e segnali ce ne sono tanti. Molti dei miei colleghi dopo anni di impegno di studio vivono sempre con contratti precari, di poche ore. Oppure hanno un doppio lavoro. Oppure sono alle prese con una concorrenza spietata, della quale fanno parte in vario modo la psichiatria e il counseling, il musicoterapeuta, l’arteterapeuta e il coaching.

Di psicologi e psicoterapeuti ce ne sono di bravi che se la cavano egregiamente. Ma non ci sono numerio statiscitche per dirci come funziona la cosa. Conosco molti che hanno rinunciato quando avrebbero dovuto essere arrivati.

Una attività professionale deve garantire un lavoro degno e sufficientemente sicuro a chi la intraprende. Ultimamente l’albo professionale degli psicologici e anche l’ENPAP stanno facendo sforzi per aiutare l’inserimento professionale, ma sembrano, appunto, a mirare a persone giovani che non divengono mai professionalmente stabili e mature e che sono sempre alle prese con il bisogno di dovere partire di nuovo. Non è un caso che l’albo nel Veneto sia formato solo da giovani leve.

È evidente che non si è stati capaci di essere gruppo, di chiedere alla società di riconoscere il proprio ruolo, che non si sia riusciti a creare una sufficiente autodifesa. Nella legge regionale 22/2002 del Veneto, che disciplina le norme sull’accreditamento, la figura dello psicologo è prevista solo nelle case di riposo. Nelle comunità terapeutiche, nelle case famiglie e in molte altre strutture che pure ne avrebbero bisogno non è prevista. Nelle strutture sanitarie pubbliche non si fanno concorsi da molti anni.

Inoltre l’università non è stata capace di creare delle specialità per gli psicologi, e certe attività che a buon diritto avrebbero potuto essere proprie della psicologia sono entrate in altre branche professionali o non sono mai partite. Penso, per esempio, almeno alla psicomotricità, alla logopedia e alla neuropsicologia.

Il risultato è stato quello di avere un eccessivo numero di  laureati in psicologia, la maggior parte non esercita, ma è iscritta all’albo professionale, pur non avendo motivazioni per esserne coinvolto, creando un albo ingessato e zoppo, che crea poca discussione tra i colleghi, una forte debolezza professionale necessariamente ed eternamente preoccupato di fare partire le nuove leve.

Il ritorno economico degli psicologi è il più basso tra tutti i professionisti e non riflette l’impegno economico e il tempo dedicato a tale percorso.

Non esito a considerarlo un percorso ad alto rischio fallimentare.

Realizzazione, economia e politica in psicologia – il distributismo.mani

Di Daniele Malerba

La sanità psichica implica anche una realizzazione sul piano professionale. Tale realizzazione è costituita dallo svolgere una attività che piace e che dia soddisfazione in termini di risultati clinici e di tranquillità economica (anche sul piano pensionistico).

Non possiamo negare che molti colleghi facciano una oggettiva fatica ad ottenere questi esiti e, ancor di più, non siamo quasi mai in grado di ritornare efficacemente degli investimenti professionali fatti.

Questo non sempre a causa di incapacità, cattiva volontà o imperizia, ma soprattutto per una serie di concause di ordine sociale e politico.

La nostra categoria dal punto di vista politico sembra incapace di costruire una coesione che permetta un impatto sociale adeguato. Credo che le cause principali consistano nella tendenza a pensare tutto in termini di psicologia individuale, cioè a pensare che i problemi professionali siano risolvibili solo dallo sforzo di ognuno per se stessi, come se fosse una malattia personale.

Inoltre ci sono troppi psicologi, per pochi utenti, concorrenziati da una marea di altre figure non esattamente professionali che pensano che la psicologia sia affare semplice, fatta di paternalismi e pacche sulle spalle. Sfortunatamente inoltre la polverizzazione delle scuole di specialità e una scarsa propensione alla seria ricerca scientifica applicativa dell’università ha impedito di selezionare percorsi sufficientemente coesi, controllati e validati, e ha ulteriormente spaccato il mondo dei colleghi (anche se questo ha il vantaggio di avere sviluppato una serie di interventi diversi: ma ognuno finisce per esercitarne uno solo e non riesce a cogliere i vantaggi delle altre scuole). Il tutto complicato dalla tendenza ad insistere nel chiudersi nei propri studi e, non possiamo nasconderlo, anche dalle difficoltà e dalle caratteristiche intrinseche al fatto che la psicologia è costituita da un mondo prevalentemente femminile e che questo ha delle conseguenze e delle peculiarità che devono essere considerate.

Quella che viviamo oggi è una vera e propria patologia politico – professionale, particolarmente acuta per la nostra categoria, anche se nondimeno molto diffusa in Italia per altre categorie intellettuali.

Ma questa patologia non è individuale, ma sociale, e va affrontata in termini sociali e di categoria: chiudersi nei propri studi e tappare gli occhi non serve a molto.

Peraltro ne va della propria qualità di vita ma anche del livello di qualità di servizio offerta ai nostri clienti dato il necessario e continuo aggiornamento professionale al quale dovremmo essere tenuti.

Ma un adeguato ritorno economico serve anche e soprattutto a poter mantenere una libertà di pensiero e di ricerca, indipendente da pressioni politiche ed economiche che vorrebbero influenzare il nostro operare: non si è veramente liberi se si è sottoposti a ricatti economici e politici.

Per quanto riguarda i cattolici io rilancio l’idea del distributismo, riporto da wikipedia: “Il distributismo, noto anche come distribuzionismo, è una filosofia economica ……….. per applicare quei principi di dottrina sociale della Chiesa cattolica che affondano le proprie radici nell’esperienza benedettina (ora et labora) ……….. Secondo il distributismo, la proprietà dei mezzi di produzione deve essere ripartita nel modo più ampio possibile fra la popolazione generale, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo dello stato (nel socialismo) o di pochi privati facoltosi (nel capitalismo). Una sintesi del distributismo si trova nel postulato di Chesterton «Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti(G.K. Chesterton, “The Uses of Diversity”, 1921.)»[1].

Riporto poi da un articolo dal sito del movimento distributista italiano: “Ridistribuire il potere alla gente, creando della aggregazioni sociali per ciascuno comparto lavorativo, in cui i cittadini, in base alle rispettive competenze, possano partecipare alle decisioni più importanti che riguardano la propria vita socio-lavorativa (qualità dei prodotti e prestazioni fornite, onorari minimi e massimi, codici comportamentali, previdenza sociale e pensionistica, formazione professionale, regolazione della concorrenza): si tratta cioè di reintrodurre il principio corporativo, così avversato e demonizzato dalla propaganda dei mass-media, che anzi diffondono il mantra della liberalizzazione quale panacea di tutti i mali, mistificandone la vera natura: La liberalizzazione infatti costituisce il vero e proprio chiavistello del capitale apolide nazionale ed internazionale per imporre il proprio dominio sul lavoro. In questo senso capitale e lavoro, invece che combattersi, con l’esito scontato della vittoria del capitale sul lavoro, vanno riconciliati puntando alla loro riunione nelle singole persone in carne ed ossa, favorendo in tutti i modi possibili che chi lavora possa anche diventare proprietario dei mezzi di produzione[2]

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Distributismo

[2] A cura del movimento distributista: “Marino e la partitocrazia: la necessita’ di una svolta corporativa”. http://distributismomovimento.blogspot.it/